Pam Miller Wood ha colpito nel segno con queste memorie. Non si tratta di ricordi “spiati”, è vita vera, vissuta. Un libro scritto bene, vivace e commovente. Nel leggerlo ho avuto l’impressione di trovarmi in soggiorno con lei e Bukowski.

Dan Fante

Copertina

Los Angeles, 1975. Impazzano la controcultura, la rivoluzione sessuale, le destroanfetamine e gli Eagles. Lei 23 anni. Lui 55. Lei sensuale, madre single, cameriera squattrinata. Lui butterato, complessato, scrittore in piena ascesa. Lei dedita alle droghe. Lui all'alcol.

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Un insolito primo incontro: Charles Bukowski è il "regalo di compleanno" offerto da Pamela Miller all'amica Georgia, sua fan sfegatata. Ha inizio così la singolare relazione tra la rossa "Cupcakes" e Buk. Il poeta, stregato dalla chioma fiammeggiante di Pamela ne fa la sua Rossa, elevandola al rango di musa nella raccolta poetica Scarlet. La diffamerà, anni dopo, in Donne, trasfigurandola nella Tammie viziosa, inaffidabile e senza cuore.
Tra i due però c'è qualcosa di speciale, la chimica funziona. Dentro e fuori dal letto. Lei lo "inizia" alla musica pop, lui la porta alle corse dei cavalli e agli incontri di boxe. Il celebre ristorante Musso&Frank Grill diventa il loro quartier generale. Ma Bukowski è pur sempre un alcolizzato e Pamela una giovane allo sbando. Lui, incapace di sostenere, da sobrio, lo stress procuratogli dalle sue letture in pubblico. Aggressivo e geloso da perdere la ragione. Lei, incapace di reggere la profondità dei sentimenti di Hank nei suoi confronti, puntualmente scappa. La relazione assume tinte autodistruttive, di reciproca dipendenza. Di pari passo col bisogno di allontanamento. Pamela ci svela come ne sono usciti, ognuno a proprio modo. E salda un conto, lasciato in sospeso, con se stessa.
La Miller pubblica queste memorie più di trent'anni dopo la fine della loro folle storia d'amore. Racconta con franchezza, ironia e, a tratti, commozione. Soprattutto ci regala un inedito Bukowski, fuori dai clichés letterari e dagli stereotipi umani, al di là del "personaggio", alimentato o subito. Un uomo, per l'appunto: dolce, premuroso e protettivo, come un qualsiasi innamorato. È conquistata dalla sua sensibilità, dalle buone maniere, dalla tenacia nel lavoro.
In queste pagine rivolge un bel saluto alla buonanima di Bukowski, saluto che non riuscì a fargli di persona. Oggi Pamela Miller Wood è una donna d'affari e di successo, con la scrittura nel DNA. Ne ha fatta di strada la Piccola Rossa...

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Collana: The Grackle (memorie, carteggi, auto/biografie)
Formato: 15 x 21 cm
Contenuto: testo e immagini (bianco e nero)
Genere: memorie (racconto autobiografico)
Nota di rilievo: il libro contiene lettere e disegni originali di Charles Bukowski
Pagine: 288
Data di pubblicazione: 3 febbraio 2014
ISBN: 978-88-98487-02-8
Prezzo: 20,00 €
Traduzione: Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari
Cover&Book design: Gionata Chierici
Prima edizione italiana
Titolo dell’edizione originale: “Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood” (2010) edizioni Sun Dog Press, USA.


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Pensieri e parole di... Dan Fante

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"Il libro di Pamela Wood, che vi accingete a leggere, sfata un altro mito: quello che vuole Charles Bukowski poeta pazzo e alcolizzato, attaccabrighe da bar, vissuto sul bordo dell’inferno. Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”.
Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa.
Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood. È il miglior libro che abbia mai letto su Charles Bukowski così come lo conobbi. L’uomo."

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RECENSIONI

Se togli la maschera di pelle di palle di poeta-gallo cosa resta? -  Leo Effe (Leonardo Folla)

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"Bukowski l'ho letto a 15 anni. Come tanti, credo. Un po' di rabbia, un po' di alcol, un po' troppo, un po' di voglia di conferme che la rabbia è legittima, la realtà è fenomenica, gli occhi come macchina fotografica a raccogliere fuori gli scatti che hai dentro. E quindi? Mi dia un'altra caraffa di Bonarda.
Non è vero: Bukowski non l'ho letto. Nemmeno lo tenevo sotto l'ascella per far colpo.
Gli autori sono come gli odori: se li associ a qualcosa di sgradevole, hai voglia a scardinare la memoria emotiva... E per me era taleggio, ma anche peggio. Tipo quei formaggi francesi a crosta fiorita di batteri giallo tartaro e muffe verde cappero, di Fronte, al catarro.
Io, Bukowski, l'ho sempre associato a un tizio che mi stava terribilmente sul cazzo, appunto, e si atteggiava a maledetto, sputando in faccia alla vita ma pulendosi la bocca col fazzoletto di raso stirato dalla mamma. Che poi, il raso si stira? Tabula rasa elettrificata di vita addomesticata.
Quindi, per iniziare a leggere il libro, mi son sforzato parecchio.
Però, però, le foto di Bukowski...
Lo sguardo: quella tristezza e solitudine profonda che era l'altra faccia della stessa medaglia butterata: una, la testa di rabbia; l'altra, la croce di un vuoto d'amore mai saziato.
Ma non era solo questo. Bukowski somigliava a mio nonno. Stesso naso gonfio, stessi occhi piccoli e vicini, stesse labbra sottili. Un po' di prognatismo. E, a mio nonno, ho sempre voluto un gran bene. Anarchico, fiero e cuore puro: così me lo sono costruito, così lo voglio conservare nel ricordo.
- Stai parlando dei casi tuoi, non del libro - E' vero, ma non credo che un libro capiti mai nelle mani per caso.
Quindi Pamela Wood, quindi la sua ignoranza letteraria, quindi semplicemente una giovane donna che si avvicina o allontana, quindi nessun poeta, nessun personaggio, nessuna riverenza, nessuna soggezione. Donna e uomo, una in faccia all'altro, uno nelle mani dell'altra. E basta. E basta con 'sta storia che gli artisti son sensibili. Trovo più ricettivo chi ha scoperto i recettori olfattivi delle molecole odorose, ad esempio. Nessuna moina per il poeta che beve birra e racconta , picchiando tasti dalla mattina alla sera, i bassifondi della sua città. La sua città, le sue case, i suoi interni.
E a lei frega poco di disquisire se uno scrive così per reazione, per compiacimento, per cinismo, per darsi un tono, per essere diverso.
Se togli la maschera di pelle di palle di poeta-gallo, cosa resta?
Un uomo in una relazione. Che la dice lunga, forse più di ogni cosa scritta. Anche se il meglio, poi, arriva in altro. Ma il motore, che ce lo si dica o meno, misantropi o meno, arriva sempre da un incontro.
"

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La rossa di Bukowski, Pamela Wood, (WhiteFly Press, 2014) - Irma Loredana Galgano

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A febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski. Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è. All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo». Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo». Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».
Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.
IRMA LOREDANA GALGANO
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12/02/2014

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Storia di un amore di ordinaria follia - Simone Gambacorta

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Storia di un amore di ordinaria follia
Nell'autobiografia "La Rossa di Bukowski" Pamela Miller Wood racconta la sua relazione con lo scrittore

di Simone Gambacorta
La Città - quotidiano della provincia di Teramo
martedì 24 giugno 2014

 

 

 

Non è certo stata una storia d'amore come tante, quella tra Pamela Miller Wood e Charles Bukowski. La relazione viene ora raccontata dalla ex (una delle ex) dello scrittore nel libro autobiografico "La Rossa di Bukowski", pubblicato da WhiteFly Press con un'introduzione di Dan Fante (traduzione di Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, pp. 287, 20 euro). La faccenda, nei suoi elementi fondamentali, è ben presto detta: i due si conoscono una sera del novembre 1975, per caso, quando lei lo chiama al telefono perché vuole andarlo a trovare assieme a un'amica che lo adora come scrittore. A darle il numero è un'operatrice della compagnia telefonica, con la tipica e disarmante semplicità made in Usa. Tutto va liscio e tutto succede velocemente, tanto che lo scrittore, all'altro capo della cornetta, dà il suo ok alle fanciulle e raccomanda soltanto loro di presentarsi con «un pacco da sei» di lattine di birra. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, tanto più se quel vizio è l'asse portante di una vita. La giovane donna e il "vecchio sporcaccione” si conoscono così, in questo modo bislacco e imprevisto, e da quel momento prende il via la liason. Due anni circa che tutto sono tranne. che sereni e pacifici. Quello che il libro racconta è in effetti l’incontro scontro tra due età diverse e tra due criticità diverse, o meglio ancora fra due borderline della supertribù metropolitana. Da un lato c'è lui, immerso nel suo caos solitario ma a suo modo stabilizzato: una quotidianità appartata e governata dall'alcol, la scrittura, il disordine domestico e nessuna, nessunissima voglia di causare e ricevere rotture di scatole. Dall'altro lato c'è lei, con la sua chioma rossa e con la sua solitudine caotica: una vita sregolata, i nervi a pezzi, già un bel mucchietto di macerie sul groppone, «una figlia di sei anni da mantenere», la dipendenza da anfetamine e via dicendo e una generale insoddisfazione verso la vita. Fatto è che i due restano trafitti dalla freccia di Cupido (previe manovre di avvicinamento da parte di lui: un classico) e si mettono insieme. Le due correnti si miscelano e si uniscono, ma non riescono davvero a fondersi e a trovare il loro centro di gravità permanente. Pur innamorati, l'uomo e la ragazza vivono una storia ad elevata infiammabilità e punteggiata da liti e da screzi. Il Bukowski protagonista di queste pagine viene descritto come un partner molto paziente e attento, capace di non poche dolcezze e sovente persino paterno, ma dominato da una gelosia maniacale che lo porta a vedere fantasmi e tradimenti là dove non ce ne sono. Lei alle volte si sente schiacciata dall'atmosfera pesante e come intossicata dalla vicinanza del compagno, così di tanto in tanto scompare, fugge dalla madre, cerca di riprendersi e dopo un po' torna da lui. Il fatto è che entrambi portano con sé un carico di vissuto fortemente problematico e le antiche cicatrici si infiltrano nel loro rapporto e riescono a inquinarlo. Però - è chiaro - vivono anche momenti belli, e forse riescono a farlo proprio per la loro perversa vocazione a intercalari con altri ad alta tensione. Quando c'è bonaccia e le acque sono calme, mangiano assieme, fanno l'amore e se ne stanno in casa a bighellonare e coccolarsi, sempre fedeli alle rispettive dipendenze. Sopportano anche le incursioni improvvise di Larry, il drogatissimo fratello di lei, che di tanto in tanto piomba addosso a entrambi tra capo e collo. Come partner, la Rossa e lo scrittore ce la mettono tutta e probabilmente - per quello che è dato capire da queste pagine - non riescono a fare a meno l'una dell'altro. Il problema è che quando tutto sembra andare liscio, succede qualcosa che scombina le carte in tavola. A proposito di tavola, e a dimostrazione del sincero attaccamento dei due, lui partecipa addirittura a un pranzo di Natale (il Natale a LosAngeles) in casa di lei: il classico "ingresso" in famiglia, per quanto - dati i protagonisti inevitabilmente particolare. Particolare è anche una trasferta a New York, quando lui viene invitato nella Grande Mela per tenere una delle letture che, se gli procurano il danaro per tirare avanti (è quasi sempre in bolletta), gli procurano anche molto fastidio. Da buon animale incline all'asocialità e alla misantropia, preferirebbe di gran lunga starsene rintanato per i fatti suoi nel covo/alcova in cui è accampato, ma le necessità pratiche gli impediscono di assecondare in toto se stesso. A New York vanno assieme e lì vivono un ennesimo momento di frizione, banale e al tempo stesso significativo: nelle ore libere, lui vorrebbe rilassarsi in albergo, lei invece vorrebbe andare a zonzo per la città. Una delle tante repentine oscillazioni di una coppia capace di passare dalla modalità rose e fiori alla modalità insulti, silenzi e distacchi in men che non si dica. A facilitarli, i distacchi, contribuisce peraltro il fatto che i due non vivono sotto lo stesso tetto, ma prima in case diverse e poi - quando lei si trasferisce - in due abitazioni praticamente attaccate, ma comunque indipendenti (le cose, con l'evolvere degli eventi, cambieranno anche da questo punto di vista). "La Rossa di Bukowski" è piuttosto lungo, poco meno di trecento pagine, e per quanto nel complesso sia scorrevole e senz'altro piacevole, a tratti risulta piuttosto prolisso e cronachistico, in alcuni punti anche ripetitivo, specie nella parte iniziale. Certo è che nel libro si incontrano le stramberie, molto spesso divertenti, di un amore che si è sviluppato nel suo farsi e nel suo parallelo disfarsi, come la cronaca di una fine annunciata. Si assiste al racconto di un continuo testa a testa, con la felicità che non si sa se ci sia mai stata e col permanere di un'affettuosità che la protagonista mostra quando un giorno, a storia da tempo conclusa, apprende dall'autoradio della morte del suo ex. Però li fatto che a un certo punto Bukowski venga definito «moralista» e - appena alcune pagine dopo - un uomo estraneo ai giudizi, crea un piccolo punto di incongruenza e forse sarebbe valsa la pena di spendere qualche parola in più in favore della chiarezza. Pazienza. Sta di fatto che, nella sua svelta prefazione, Dan Fante non ha incertezze nel definire questo di Pamela Miller Wood come il miglior libro che abbia mai letto su Charles Bukowski».

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La rossa di Bukowski - David Frati

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10 novembre 1975, Los Angeles. Le due giovani amiche Georgia e Pam stanno festeggiando il compleanno della prima a modo loro: peregrinando di bar in bar, stordendosi di alcol, fumo e risate sguaiate. Pam ha 23 anni e una figlia di 6, che cresce da sola grazie a un lavoro incerto da cameriera. Georgia è una perfetta figlia del suo tempo: droga sesso & rock’n’roll nel suo appartamentino non mancano mai, e le sue feste alcoliche sono leggendarie. Quella notte l’ultima tappa prevista è al “Barney’s Beavery”, un night di West Hollywood in cui la leggenda vuole che Janis Joplin abbia passato le sue ultime ore prima di morire. Georgia propone un brindisi al suo nuovo idolo, uno scrittore anticonformista che tiene una rubrica settimanale sul “Los Angeles Free Press” intitolata eloquentemente Taccuino di un vecchio sporcaccione. Pam non sa nulla di lui e non si spiega la sua crescente fama: ha letto solo un paio di suoi articoli e la scrittura di Bukowski le è sembrata “ordinaria e volgare, infarcita di oscenità gratuite, concepita col mero scopo di scioccare la morale”. Scuotendo la testa Georgia ripete per la centesima volta quanto le piacerebbe conoscere Bukowski e a Pam viene un’idea, di quelle pazze che vengono quando si è ubriachi e/o strafatti di anfetamine (e lei è entrambe le cose): telefonare a quel Charles Bukowski e chiedergli dove abita per andarlo a trovare…
Pamela Wood racconta i circa due anni della sua vita con Bukowski: una storia d’amore dolce ma eccentrica, sbilanciata sin dal primo minuto a causa della differenza d’età tra i due e del carattere mite e passivo dello scrittore. Ed è proprio questa la vera sorpresa di questo diario sentimentale, che altrimenti potrebbe risultare noioso, non narrando di certo fatti memorabili ma solo quotidianità: “Il libro di Pamela Wood”, chiosa Dan Fante nella sua introduzione al volume, “sfata un (…) mito: quello che vuole Charles Bukowski poeta pazzo e alcolizzato, attaccabrighe da bar, vissuto sul bordo dell’inferno”. Come spesso accade però quando le storie d’amore vanno a rotoli, la “vittima” ha esorcizzato il male subìto dalla sua “carnefice”, trasformandola da musa (le aveva dedicato la silloge poetica Scarlet) a mostro lascivo e tossicodipendente nel romanzo Donne. La “rossa” (dalle radici italiane orgogliosamente rivendicate in una apposita postfazione) nel 1997 - quando è stata intervistata da John Dullaghan e Howard Sounes - ha iniziato a pensare di raccontare i fatti come sono andati per ristabilire la verità, ma solo dieci anni più tardi, dopo la morte del fratello per overdose e della sorella per un tumore, si è affrettata a scrivere divorata da un’ansia “da tempo breve”. Il memoir, tutt'altro che vendicativo e anzi dal tono malinconico e tenero, è impreziosito da buffi bigliettini romantici scritti/disegnati da Bukowski e da foto tratte dalla collezione personale dell’autrice.
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Ascolta un estratto dalla voce di Pamela Miller Wood

Dal capitolo 14

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Si era scolato altre quattro birre mentre Brad era lì, oltre al whisky e alle birre di prima: era ubriaco fradicio.
“Non pensare che non mi sia accorto di come lo guardi,” disse. “Ti scopi Brad alle mie spalle, vero?!”
Ovviamente pensavo scherzasse. Eravamo stati sempre insieme, giorno e notte, per settimane. E sapeva che Brad mi annoiava a morte. Era impossibile che dicesse sul serio.
Scoppiai a ridere e lui s’infuriò ancora di più. I suoi occhi divennero inespressivi e cadde in una sorta di trance rabbiosa. Disse ogni genere di volgarità e mi accusò di cose orribili. Era come guardare un bambino sboccato che faceva i capricci.
“VOI DONNE SIETE TUTTE UGUALI!” sbraitava. “SIETE TUTTE DELLE MALEDETTE PUTTANE DEL CAZZO!”
Da sobrio Bukowski aveva un animo gentile, delicato, quasi cavalleresco. Quando invece oltrepassava una certa soglia di ubriachezza, diventava pazzo. Tuttavia, si limitò sempre agli insulti, non abusò mai di me fisicamente. I suoi attacchi erano solo verbali.
Mentre faceva la sua sfuriata, rimasi seduta su una poltrona a fumare. Sarei dovuta tornare a casa mia, ma ero stranamente affascinata da quel tracollo nervoso dovuto all’alcol. Era come se stessi guardando la versione snaturata di un documentario, tipo quelli che fanno vedere nelle scuole medie per mettere in guardia contro i pericoli legati all’abuso di alcol.
Alla fine, esausto, si lasciò cadere sulla poltrona a strisce, si ­svuotò una birra in qualche sorso, ruttò un paio di volte, poi rimase seduto in silenzio. Era come se, avendo a disposizione un numero limitato di parole per quella sfuriata, avesse appena pronunciato l’ultima. “Puttana.”

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Dal capitolo 28

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Arrivai a Carlton Way verso le nove di sera. Mentre parcheggiavo, vidi la Volkswagen blu di Bukowski. Era in casa. Mi diressi verso il mio appartamento, passando di corsa davanti a casa sua.
Aveva le luci accese e dalla cucina proveniva musica classica. Lo udii battere a raffica sui tasti della macchina da scrivere. Evidentemente la perfida Rossa lo aveva ispirato ancora una volta... Riuscii a rincasare senza che se ne accorgesse. Ero sfinita da tutto quel litigare. Volevo solo andare a letto presto.
Mi tolsi i jeans e gattonai fino al letto, con il mio diario in mano. Stavo scrivendo da circa un quarto d’ora quando bussarono alla porta. Questa volta risposi. Se ne stava lì, con l’aria stanca, scoraggiata.
“Bene bene, chi abbiamo qui?” chiesi. “Dr. Jekyll o Mr. Hyde?”
“Posso entrare? Non starò a lungo,” disse, lo sguardo rivolto al pavimento.
“Accomodati,” feci, indicando il letto pieghevole al centro del soggiorno. Mi sedetti di fronte a lui sulla sedia di vimini.
“Ci sei mancata oggi.”
Non risposi. Mi limitai a fissarlo.
Ci fu silenzio per un minuto. Poi parlò di nuovo.
“Ascolta, Cups, non so cosa mi sia preso. Tu hai un modo di...”
“Ehi, non girarla su di me!” risposi bruscamente.
“D’accordo, hai ragione,” disse. “Non è colpa tua. Sono io. C’è questo demone in me,” continuò, toccandosi il cuore con due dita. “È mio padre. Lui era un uomo davvero cattivo e io ho ereditato i suoi geni. Per questo non mi sentirò mai tutto intero. Sono guasto, piccola, lo capisci? Non ci posso fare niente, sono fatto così.”
Continuavo a fissarlo. Sembrava davvero affranto per il suo comportamento e il suo DNA. Mi stavo addolcendo. Quella sua faccia malconcia era spietatamente espressiva e patetica. Sembrava stesse soffrendo molto. Riusciva a farmi effetto, ogni volta.
Tuttavia rimasi in silenzio.
“Bene... È tutto,” concluse, sospirando profondamente.
Si alzò e andò verso la porta. Non mi alzai. Restai in silenzio, lo sguardo fisso. Mentre apriva, disse, “Ho dello champagne in casa, se più tardi ti venisse sete.”
“Cordon Rouge?” chiesi.
“Certo.”
“Fammi infilare i pantaloni.”
Mentre uscivamo insieme, mi girai verso di lui e gli chiesi,
“E comunque, cos’è una meretrice?”

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LIBRO RIMORCHIO

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Niente baci, niente più amore?

*
"A Bukowski piaceva proprio tanto baciare, me ne sarei accorta in fretta. Poteva passare una notte intera a baciare. Mi aveva detto di essere un "fanatico del bacio"."

- La ROSSA DI Bukowski - Memorie di Pamela Cupcakes Wood, WhiteFly Press/Vague Edizioni, 2014.
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