Jean-Gabriel Nordmann

Il lungo viaggio del Pinguino verso la giungla. Favola teatrale

Vague Edizioni, 2018.

Il nostro giovane pinguino vivrebbe felice sulla banchisa bianca e ghiacciata se non fosse per un sogno che lo rode come un tarlo: andare alla scoperta del mondo dei colori e soprattutto degli animali della giungla.

Così, in una splendida notte polare, si mette in marcia…

Il viaggio è lungo ma ricco di esperienze, incontri e scambi: la Sirenetta, le oche selvatiche di Nils Holgersson, Barbanegra la piovra gigante innamorata, la vecchissima balena blu di Giona, Enrico l’amico dei pinguini…

Curioso e tenace, il nostro modesto eroe riesce a cavarsela in ogni situazione, comprese quelle più pericolose.

A memoria di animale, il suo arrivo in Africa è una delle più belle occasioni di festa che la giungla abbia mai conosciuto.

Tuttavia, uno strano sentimento s’insedia ben presto nel suo cuore: la nostalgia.

Forse anche questo vuol dire diventare grandi…

 

Nota dell’autore

Da quando è apparso, il Viaggio del Pinguino non cessa di accompagnarmi. Sono invitato nelle classi delle scuole elementari, ricevo dai bambini disegni e lettere e consiglio le future maestre che, in procinto di diplomarsi, hanno scelto il mio testo per sostenere gli esami orali.

Il Pinguino è diventato il mio orgoglio e il mio totem. Con lo stupore con cui sempre si ci ritrova spettatori di un successo inatteso (130 000 esemplari venduti).

Successo venuto da dove e perché? Che cosa piace tanto del mio pinguino ai bambini?

La fuga lontano dai genitori, la sua tolleranza (“nessuno è solo bianco, nessuno è solo nero”), la scoperta della cattiveria degli uomini e delle bestie, o della loro possessività e del loro affetto soffocante? Le sue avventure terribili e coraggiose? L’iniziazione a se stesso? Il rifiuto del potere e della celebrità?

Un giorno uno scolaro mi ha rivolto, a sua volta, una domanda: “Ma è un’autobiografia?”. Superata la sorpresa, ho riflettuto per alcuni secondi. Il bambino aveva ragione. Si tratta, in effetti, di un’autobiografia. Un ritratto dell’autore in veste di Pinguino!

Jean Gabriel NORDMANN

 

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Estratto da “Parole d’autore”

 

“Perché scrive teatro per bambini?”

Jean-Gabriel Nordmann

Quando ho scritto l’opera teatrale Bakou e gli adulti, sapevo una sola cosa: che il protagonista era un bambino di 13 anni, che il portavoce, l’eroe in qualche modo, non era ancora entrato nell’adolescenza (quando entrano in scena il desiderio amoroso, la ribellione consapevole, l’affermazione di sé e della propria indipendenza nei confronti dei genitori).

Avevo solo un’intuizione poetica e drammaturgica della storia. Nessuna intenzione di farne un’opera rivolta ai bambini. Per me era come se si volessero destinare Giorni felici di Beckett a un pubblico della terza età, Le femmine saccenti di Molière a un pubblico femminile o I negri di Genet a un pubblico di colore… Assurdo…

Poi invece il testo fu pubblicato da L’École des loisirs, rappresentato al Théâtre du Rond-Point in orari per i giovani… insomma, è diventata un’opera teatrale per un pubblico giovane. Non mi lamento, ma mi dispiace che non si possano mescolare le categorie di pubblico.

Naturalmente è un caso particolare e non intendo generalizzarlo.

Ritengo che il bambino non sia sufficientemente presente, nel teatro in generale, in quanto individuo, persona.

Perché scrivo per i bambini?

Perché amo i bambini, il loro coraggio, la loro fragilità, la loro innocenza, le loro difficoltà a vivere in mezzo agli adulti con i quali bisogna venire a patti.

Perché ci sono “passato” (come tutti noi) e non ne ho ancora districato a sufficienza le sofferenze, additato le ingiustizie subite, le bugie ingoiate. Perché scrivere è una terapia e una vendetta.

Perché il bambino che vive nei paesi poveri, nelle dittature religiose, nelle città dormitorio e così via, non gode di più rispetto che ai tempi di Dickens, si fa di lui un lavoratore o uno schiavo sessuale, lo si manda in guerra.

Ovunque il bambino viene abusato e quel che è peggio è che non si parla quasi per nulla di lui (in ogni caso non nel teatro).

Perché il bambino spettatore è spietato, non obbedisce ad alcuna impostazione culturale o economica, non ancora, il suo interesse non sarà finto, la sua noia non sarà interiorizzata. Per un autore è una prova, una sfida. Il bambino è un pubblico nuovo, universale e sconosciuto!

Il bambino ci insegna di nuovo la morale, a noi che tendiamo ad adattarla, a scarnificarla fino all’osso; il bambino ci disturba nei nostri compromessi da adulti.

Il teatro può riunirci.

Scrivo per i bambini perché scrivo per tutti.