Dietro le quinte di "ANATOMIE COMPERATE"

E questo è ANATOMIE COMPERATE. E' arrivato a casa, tra i colli.
Solo un paio di cose, quelle che di solito, quando esce un nuovo libro, non si ritiene opportuno far sapere.
- Il TITOLO è stato criticato da diversi addetti ai lavori, perché considerato un giochino di parole leggero, stupidino e scontato, non all'altezza del contenuto. L'ho tenuto lo stesso, perché non ci trovo nulla di male a essere leggeri fuori (in copertina, metaforicamente), o stupidini quando si ha voglia di non prendersi troppo sul serio. Non è superficialità, solo autoironia. L'ho scelto perché per tanti anni ho desiderato diventare medico, ma le cose sono andate diversamente e non potendo scrivere trattati di anatomia comparata, ho ripiegato su un mio piccolo trattatello di fisiologia lirica.
- Alcune FOTOGRAFIE all'interno del libro, in apertura di sezione, sono state considerate inopportune. "La vera poesia non ha bisogno di immagini". La poesia, forse no, ma la vita che si racconta in versi è fatta d'immagini, recenti o passate. Io scrivo per immagini, quelle che ho in mente e quelle che ho davanti agli occhi. Senza di esse le parole sarebbero esercizio di stile, fredde e senza corpo. E poi è un altro modo per avvicinarsi al lettore e girare con lui le pagine del proprio album esistenziale.
- Ho scelto di non avere una PRE/POSTFAZIONE dall'ultimo critico alla moda, da quello che "conta". Io spesso non capisco nulla di quello che scrivono, m'infastidiscono anche, trovo facciano un torto all'autore, si autocelebrano con paroloni e citazioni dotte. Ho preferito mostrare al lettore che non ci sono autorità in fatto di poesia, di arte in generale, che tutti possono esprimersi con idee, emozioni e linguaggio propri. Quindi, accanto alla voce del poeta, dello scrittore, troverete anche quella del ricercatore, dell'agente immobiliare, dell'attrice, del libero professionista, della mamma a tempo pieno. Un coro di voci, tutte atte al canto. Giudicate voi.
- In molti mi hanno vivamente sconsigliato di PUBBLICARE Anatomie con la nostra casa editrice. Questa è stata la decisione più sudata. Ma mi sono guardata indietro, ho ripensato agli editori fantasma che mi hanno pubblicato in questi anni, a come hanno fatto cadere quei lavori nel dimenticatoio in un batter d'occhio, a quanto poco si sono "sbattuti" per sostenerne la promozione. Poi ,di recente, sono incappata in altri colleghi desiderosi di pubblicare quest'ultimo libro, alcuni onesti ma senza mezzi, altri saccenti e distanti. Non è scattato il feeling. Ce n'è stato anche uno importante, ma si è risolto tutto in un pugno di mosche, senz'alcuna ragione. Mistero della mente... Infine ho pensato alla cura e all'impegno con cui pubblichiamo e seguiamo, anche dopo anni, i nostri autori e sono giunta alla conclusione che, FANCULO con chi si pubblica! L'orgoglio puo' essere una brutta bestia. Conta solo che l'emozione arrivi al lettore, che ci sia vera condivisione. Non si scrive per se stessi. Quindi, chi vuole la chiami pure autopubblicazione, la cosa non tocco' Rimbaud, figuriamoci se tocca a me...
- Detto questo, c'è un'ultima realtà da conoscere. In Italia i distributori (compreso il nostro) chiedono, e ottengono, dagli editori, la fetta più grossa del prezzo di copertina del libro, qualcosa compreso tra il 55 e il 65% . Le librerie sono un po' meno ingorde, ma ci aggiriamo sempre sul 35-40%. Ora, aggiungete il costo della stampa, l'IVA, la percentuale dei diritti da versare all'autore (6-10%), quella per un eventuale traduttore o illustratore, le spese di promozione e calcolate quanto resta all'editore (onesto). Resta un "ma chi me lo fa fare?". In nessun altro paese succede questo, gli intermediari hanno il loro guadagno ma non è strozzinaggio. Quindi, i libri, quando potete, comprateli direttamente dagli editori, specie se piccoli e senza finanziatori.
Tutto questo mi sembrava dovuto. Adesso, si, grazie a chi vorrà scoprire e condividere, i miei, i nostri tanti corpi.

Gabriella Montanari

Copertina

«Anatomie comperate» è una sorta di trattato di fisiologia lirica che non racconta il corpo in «medichese», ma in versi. Il corpo dell’autrice, oggetto e soggetto di metafore e calembours audaci, ne accoglie e raccoglie molti altri: quello della bambina che è stata, quello dei compagni d’infanzia, quello dei primi e degli ultimi amori, quello dei famigliari, quello dei figli, quello degli Africani.
Tanta carne sotto i ferri della poetessa. Carne sublimata in ricordi ora teneri, ora spietati, resa con immagini surreali, crude, volutamente scondite. Organi vitali e superflui si avvicendano in una narrazione che non risparmia parenti, amici, amati e amanti. Il sangue che anima e bonifica il passato, si rinnova in ogni parola-cellula del presente, porta in circolo la profana divinità della materia. Si celebra l’esistenza che pulsa sotto l’epidermide. I morti tornano in vita, sani e salvi; i vivi sono sottoposti a check-up di routine. Il dialogo tra queste anatomie comperate con i risparmi di una vita si avvale dei registri linguistici più svariati: scientifico, colloquiale, forbito. Perché tante sono le lingue che l’uomo impara pur di entrare in contatto con i suoi simili. E lo fa ridendo, piangendo, ascoltando, tacendo. Emozionandosi.


Titolo: Anatomie comperate
Autore: Gabriella Montanari
Genere: Poesia
Collana: The Raven (collana di poesie, prose poetiche, dialoghi/monologhi in versi).
Marchio: WhiteFly Press
Editore: Vague Edizioni
Numero pagine: 108
Pubblicazione: novembre 2018
Prezzo di copertina: € 14,00
ISBN 978-88-98487-06-6


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RADIO BIG WORLD - Stefi Pastori parla (e di più) di "ANATOMIE COMPERATE"


ESTRATTI

TALAMO PRENUZIALE
Il dottorino imberbe ci visitava
in cambio di lascivi tic tac,
i genitali rivelavano il big bang
a noi che del piacere intuivamo la casualità.
Le falangi s’inoltravano nell’internato ignoto.
Tra pistolini esibiti
come medaglie al volere
affiorava la ricetta dell’amore mutuabile.
Eravamo di bocca larga e di coscia buona.
Avevamo l’altruismo dei porci a dicembre.

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MIDOLLI E LEGGENDE
Le vecchie civette di strada
- gusci di sottovesti e prolassi -
narravano di cani mannari
con occhi di carbonella e membri circoncisi.
Ebbre di lampioni e marciapiedi
sgranavano piselli e rosari profani
recitando nomi di antichi amanti
morti di gotta o di guerra.
I grilli sfregavano un jazz sincopato.
Noi succhiavamo pistilli e altri falli
e istigate dai roghi familiari
contavamo i minuti
che separano le streghe dai santi.

 

LABBRA PERFORANTI
A maggio il grano ci punge.
Dallo sterno pendono nastri di stagnola
che scoraggiano il becco dei passanti.
La maturità è cogliersi in tempo.
Dei merli amo le ciliegie forate.
Del mio tocco, la tua impronta.

 

FECONDAZIONE INSISTITA
Mi portava al parco
perché lì non lo aveva mai fatto.
Tra le famiglie della domenica,
sopra l’erba sgualcita da radioline e vinaccio.
Russava e mi dormiva addosso
come una lapide sulla terra.
Ho fatto male ai ranuncoli, senza volerlo.
Il cielo spargeva luce e volantini.
Mi accostai a una vecchia col sottabito sfiorito,
lei aveva le carte, io puntai le ore.
Disse, potessimo evaporare a primavera
tra i pollini e le distrazioni...
S’iniettò qualcosa in vena.
Vinsi una mano alla gracilità del tempo.
Lei, la cena.

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INTERVENTI CRITICI

NO REPLAY
di Elio Grasso

E dunque siamo ancora all’interno di cortesie stagionali, con frenati propositi e preposizioni tempestive sulla vita romantica delle tribù e dei singoli appartenenti. Stagionali sentimenti e risentimenti lungo filari risoluti nel ricordare essenze e carnalità di prima scelta. E che doveri di pensiero, trattando nettari e polpe!

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Gabriella Montanari vorrebbe mantenersi accanto alle lucciole ma la sua scrittura la trasporta inevitabilmente dove i sogni risentono della presenza di filari e vino. Quella scrittura che riconosciamo, signorile di vocabolario e ibridamente affettuosa verso Bataille, con tocco sorgivo di Bardot. Non si lascia storicizzare, ha bisogno di una cucina ben fornita di pentole e padelle, desidera ardentemente cucinare senza perdere d’occhio la bellezza femminile e l’incoscienza maschile. Sarebbe inadeguato definire “selvaggia” questa raccolta, a meno che non la s’intenda come l’elegante scostumatezza dell’Arbasino sudamericano. Ci sono ineguaglianze a insaporire tutto il libro, sviluppi screanzati di storie e racconti sempre sull’orlo di un’esposizione biblica. Proverbi e salmi, per intenderci. Dalla più proibita zona ai piani alti della biblioteca. Se non fosse che Montanari diffonde, con una certa magnanimità, consigli diurni e sveglie notturne a protezione d’incubi, e surrealistiche storie d’amore (Nadja di Breton insegni). La parola inizia sempre con il suo lato pornografico, ma intanto si trastulla con garbate maniere. Proprio questo diffonde Anatomie comperate, dove i crimini stanno sotto i bikini all’uncinetto e la salvezza sta nel chiudere in forziere tutti gli attrezzi. È il fianco ecologico del libro, la sostanziale ricchezza dei vocaboli, altrove alquanto rara e inesperta. Nessun revival o letture da cocktail bar, ma turbolenti mini vortici in ogni pagina. Soltanto i competenti potranno sorridere, qui c’è tutto tranne che i trucchetti disadorni dell’attualità poetica. Manciate di witz salvaguardano da acquazzoni e da inviti ornamentali di torme dedite a perniciose stupidaggini poetiche. E dunque le parti del libro sono lobi resistenti e sbarre intralcianti i trovarobe. La copiosa schiera di attrezzi arcani e voluttuosi penetrano quanto basta perché si possa ancora dire che la poesia sia perfida e tormentosa, succulenta e rugosa, tirannica e titanica, ispirata, commemorativa o cosmologica: tanto non ce la farà mai a rinverdire i fasti di una vita, a essere vita almeno come minuscolo e didascalico replay.

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di Dante Maffia

Se c’è un poeta in Italia che sa rompere gli schemi, uscire dal seminato e mutare sentimenti e liricità, immagini di fuoco e densità emozionale è Gabriella Montanari. La sua è una irriverenza che sconvolge non solo per gli approdi linguistici scremati dal superfluo, ma anche per le realizzazioni emozionali che, proprio perché hanno pesato troppo nella realtà e nell’immaginario sociale, adesso devono essere ridotti a cuccioli che abbaiano e non avranno più neanche l’osso.

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Eppure, a leggere bene, a soffermarsi su ogni poesia, si sente una sacralità della vita rara oggi, si avverte che Gabriella è intrisa di un fulgore che per districarsi deve spellarsi, fare il saltimbanco di se stessa, chiudere spiragli obsoleti, aprire fessure che ci portano dentro i risvolti inediti della realtà finalmente fuori dalle abitudini, dalle assuefazioni, dal regime instaurato dai luoghi comuni.
Così le parole assumono una verginità capace di assommare in sé capovolgimenti e aperture sull’infinito, senza comunque mai diventare astrazione.
Un lettore superficiale direbbe subito che si tratta di surrealismo rinnovato e portato a esiti diversi da quelli storici, invece il rutilare delle immagini è un effetto di strabismo semantico che ravviva quella sorta di processione di idee che tuttavia non si accavallano, non si elidono a vicenda, ma vanno a comporre una nuova carta di significati di cui l’uomo non ha conoscenza e che bisogna recuperare se vogliamo intraprendere un nuovo cammino di speculazione emotiva. O forse ne ha conoscenza ma si vergogna delle azioni compiute dal corpo, perché la letteratura e l’arte ci hanno abituati a seguire storie senza che mai, è Patrick Suskind a scriverlo in un delizioso libro intitolato sull’Amore e sulla Morte, i protagonisti abbiano avuto bisogno di defecare. Gli escrementi non fanno parte dell’umanità in cammino? Non sono materia da affrontare?
Il corpo può diventare oggetto di poesia o di pittura solo se realizzato nella sublimità dell’eros?
La Montanari non ci sta a questo gioco perverso di nascondere quella parte di noi uomini che ci contiene, che ci regge, che ci permette di pensare e di sentire e allora ecco le Anatomie comperate (non è un errore, non leggere, caro lettore, comparate), anatomie che sono disponibili al mercato, allo scambio, a quello che Zygmunt Bauman chiama Amore liquido.
Ma, a parte la posizione che chiamerei ideologica, anche se ormai la parola è fuori moda, la posizione della poetessa è ferma e urticante e illumina quegli aspetti dell’esistenza che di solito restano nel buio della psiche a fermentare malanni irrisolvibili, a far vedere il mondo con le lenti di una miopia colpevolizzante. Lei invita a uscire dal pantano, dalla posizione supina in cui la società ha relegato soprattutto la donna e lo fa con libertà assoluta, mentre magari “I grilli sfregano un jazz sincopato” o mentre avviene quell’impensabile e formidabile “Petting rurale” che potrebbe diventare l’emblema dell’intera raccolta.
Ma diventa comunque difficile portare degli esempi, non so evidenziare “Midolli e leggende”, anziché “Siero nuziale” o “Fecondazione insistita”. La Montanari è totalmente aperta all’esigenza di imprimere una forte accelerata sulla disarmonia a cui l’orecchio del lettore è abituato, anche per ricavarne la sostanza del nuovo modo di vedere e di ascoltare il palpito della vita, il corpo nelle sue pulsioni variegate.
Due versi comunque mi hanno tramortito: “Conservo vecchie foto / del loro non essere stati”. Mi sono parsi la summa che mi ha sempre fatto pensare alla dissolvenza.
Ma c’è tanto altro in questo libro, direi troppo, perché va a toccare i temi centrali dell’essere umano, va a scavare in quella intimità che con ferocia quasi è stata sempre difesa e che adesso è allo scoperto.
Lasciatemela dire una cosa che può percepire soltanto chi si pone su queste pagine con complicità. Nello scompiglio che arriva violento, nello smarrimento che coglie e tramortisce, vive una piccola dolce fetta di tenerezza, quella che vivifica ogni parola, ogni verso, ogni affermazione, ma senza diventare languore o liricità. Appena una indicazione per dire che il corpo ha il vento segreto dell’amore che lo protegge da qualsiasi tentativo di dare e avere.

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ISTRUZIONI PER L’USO
di Cinzia Damassa

La poesia di Gabriella Montanari non la si può raccontare, la si deve provare e questa sua nuova raccolta in particolare la si deve vivere spalmandola sulla pelle, ferite, cicatrici e abrasioni comprese.

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Quindi consiglio, prima di prendere in mano questo meraviglioso unguento cartaceo, di mettersi a nudo, abbattere le vergogne e i falsi pudori e cercare un posto scomodo, dove poter sentire o riesumare le più intime e nascoste vibrazioni del nostro essere.
Ogni poesia richiama un pezzo del corpo o una sua manifestazione; il corpo come una trappola, un espediente, un trampolino da cui lanciare l’anima, Il corpo diapason delle nostre emozioni, dure da liberare, guarire e purificare. Il corpo come una mappa delle ferite, degli abbandoni, delle ingiustizie subite, il corpo vivisezionato per cercare una verità che abrade, che urla, che parla.
E riemergendo da ogni brano sentirete di aver scavato insieme a lei nella propria personalissima terra di fantasmi, incubi, paure, delusioni, abusi e lacerazioni. E in quei tramonti che occhieggiano qua e là rivedrete quei sogni, quelle speranze, troppo presto accantonati o, peggio, trascinati.
Quindi una volta letto tutto, raccolte e sublimate le sue e le nostre esperienze, sedetevi comodi, forse nella nuova poltrona che non credevate di possedere, rileggete tutto, anche in ordine sparso e godetevi i diversi quadri che il libro ci regala: la Romagna, l’Africa, la maternità, comunque sia, divina, le risate e l’incoscienza dell’infanzia, i primi amori, la dolcezza dell’ozio solitario, Bach e Mozart; e quella volta che era tutto così perfetto, ma bisognerebbe essere un poeta per fermare quell'istante per sempre e raccontarlo.
Buona visione.

 

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RILEGGERE LE ANOTOMIE COMPERATE
di Manuel Focareta

Abitualmente mi ritrovo davanti a prefazioni o introduzioni che tentano di “spiegare” e semplificare i testi poetici interpretando in maniera soggettiva gli eventi drammatici vissuti dall’autore e le caratteristiche linguistico-letterarie dei testi. Ad oggi, possiamo affermare che l’analisi di un testo poetico è una questione molto più complessa che necessita l’intervento di diverse discipline e l’analisi di una serie di fattori e fenomeni che in questa sede non mi è possibile attuare.

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Tra me e Gabriella intercorre da diversi anni una relazione intellettuale caratterizzata da discussioni, analisi e visioni diametralmente opposte. Il mio approccio alla produzione poetica è assai diverso da quello che sta alla base di questa raccolta, eppure credo che si possano trarre degli spunti interessanti dalla lettura dei testi qui presentati.
In alcuni esperimenti che tentano di misurare la piacevolezza di un testo, ai partecipanti viene spesso richiesto di leggere due volte la poesia. Perché?
Secondo alcuni studi, gli effetti del linguaggio letterario si consolidano nel tempo e la lettura ripetuta fa da supporto all’apprezzamento profondo del testo. In effetti, la prima lettura della raccolta Anatomie Comperate potrebbe sembrarci ostica, ostacolata dal vasto utilizzo di termini non comuni, di una molteplicità di metafore complesse e così via. Durante la seconda lettura, invece, potremmo notare contenuti familiari, proiettarci in alcuni versi e immedesimarci in altri. Potremmo notare la forma del testo, percepire il ritmo, le assonanze, le consonanze, l’ironia, il sarcasmo e tutta una serie di figure retoriche scelte dall’autrice.
Anatomie comperate quindi, potrebbe essere una raccolta che stimola la rilettura? Una serie di testi capaci di “arrivare” al lettore non nell’immediato ma almeno dopo un secondo tentativo?
A questa domanda, a oggi, non possiamo rispondere, ci rimane però lo spunto e l’ipotesi che la fruizione dei testi qui pubblicati possa essere “diversa” tra una prima e una seconda lettura, e ancor di più che possa far prevalere la ricezione di certi elementi rispetto ad altri.
Il lavoro di Gabriella inoltre è contraddistinto da una forte componente classica, così come molte delle pratiche in atto su alcuni Social Media. Se da un lato i poeti di Instagram scelgono testi brevissimi e immediati (a volte di 3 o 4 versi) e temi “molto comuni” come quelli dell’amore o della sofferenza, nei testi di Anatomie Comperate, ritroviamo invece modalità di scrittura che necessitano tempi di fruizione diversi, per meglio dire, più lunghi. Testi che forse andrebbero riletti, testi capaci di “restare in vita” e di non saturarsi dopo una semplice “presa visione”.
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di Michele Montanari

Non volevo nemmeno più leggere poesia, solo ritrovarne per strada brandelli, sui volti presi a schiaffi dai giorni, negli arti abbandonati sui treni, nel ronzio delle cose in testa.

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Ritorna lei. Ho rivisto il suo volto, sfrontato e duro, nel fondo caparbio di occhi animali. Su quella faccia da bambina-scimmia e poi donna fatale, di una bellezza forgiata da una lotta continua col mondo, stava scritto “Ero destinata ai versi, e adesso te li pigli di nuovo anche tu”.
Così, a minimo commento a caldo. Poesie scritte con la spontaneità dell’orale fino a quando non spicca il paio di “versi contrari”. Lì t’inchiodi e ti fermi a rileggere più volte per più volte smarrirti nella presunzione di aver chiuso un giudizio troppo semplice. E’ così, un fare libera poesia sulla giostra guasta, di anni e di annate che dischiudono paesaggi di vita e di morte con la disinvoltura di chi ha camminato sui propri cadaveri a piedi nudi. Poi arriva il distico potente, lirico, spesso in ultima strofa, come a dirti nel suo stile: “Occhio Ciccio, qui non dare per scontato nulla”.
Ruvida, stonata, volgare, irregolare, irritante, egocentrica; tenue, sensuale, lirica, metrica, attraente, generosa: si rivela in contrari affini la materia poetica di questa sorella di giovinezze stratificate, ritrovate sempre, anche ora qui, nello scrivere di lei, come venti anni fa con più pavide falangi.
Una raccolta che scioglie meno nel cinismo di donna stanca, di quanto riveli un cuore di lupa per l’occasione riaperto al pubblico.
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