IL SUICIDIO, LO STUPRO E ALTRE NOTIZIE

di Dante Maffia

È forse la raccolta poetica più libera e liberatoria di Dante Maffia. A cominciare dal titolo, un tabloid che preannuncia, condanna e denuncia. La cronaca nera, quella più scomoda, è piegata ai modi della lirica nei poemetti dedicati a Genoveffa, la giovane pazza suicida, e ad Adelaide, la ragazzina violentata e uccisa. Carnefice non è solo chi compie l’atto criminale, ma anche chi, con l’ignoranza, il pregiudizio e l’omertà, ne rende il terreno fertile. L’accusa si estende poi all’establishment letterario che, per salvaguardare il proprio effimero potere, non consente a chi davvero ha talento di emergere. Anche Dio non è risparmiato dalle pressanti domande del Poeta che, desideroso di una resa dei conti, esige da lui risposte che motivino la sua assenza e la sua indifferenza alle questioni umane. L’unica consolazione viene dalla consapevolezza della supremazia della Bellezza e della Poesia, custodite come antidoto ai veleni del mondo. Lo stile cangiante, le voci che si sovrappongono, il lessico sconfinato e l’impeto incendiario che caratterizzano questi versi di Maffia, non possono che stordire, affascinare e mettere a nudo le coscienze dei lettori più sensibili alla funzione demistificante della poesia. Quella autentica.

Copertina

Titolo: « IL SUICIDIO, LO STUPRO E ALTRE NOTIZIE »
Autore: Dante Maffia
Editore: VAGUE Edizioni sas, Torino
Città e anno di pubblicazione: Torino, Luglio 2020
Pagine: 224
ISBN: 978-88-98487-10-3
Prezzo di copertina: € 18,00


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RECENSIONI
MARIA TERESA ARMENTANO, professoressa 

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"In primis di questo libro di Dante Maffia stupiscono le foto che, inserite slegate dal testo, segnano tappe importanti della sua giovinezza e della sua maturità, passaggi decisivi del cammino che lo hanno consacrato poeta accanto a scrittori famosi e, successivamente insignito della medaglia d’oro alla Cultura, hanno sancito il suo ingresso nell’Olimpo dei Grandi. È come se il poeta con le foto collocate in questo libro avesse inteso sottolineare che appartiene al mondo della cultura, ma con la sua specificità di poeta al di fuori di ogni schema. Pensare di raccontare in versi fatti di cronaca così duri e frequenti come stupro e suicidio è affermare che la pienezza del verso può guardare a ogni realtà, superandola e consegnandola a una luce diversa che non sia quella spettrale e crudele della tragica notizia. L’Inferno che Dante Maffia racconta con i versi è quello di una vita spezzata dall’incomprensione, dall’inesistenza di uno sguardo tollerante, abbandonata agli eventi, è quella della violenza brutale contro il debole più facilmente preda della furia bestiale di un uomo che non ha più caratteristiche umane: non lo si può paragonare all’Inferno dantesco, cronologicamente distante, ma diviene prossimo al nostro tempo per la disumanità denunciata. In un suo libro sulla bruttezza, Umberto Eco aveva fatto ricorso a iconografie che rappresentavano mostri, demoni e orripilanti immagini, ma la realtà di questo testo di Dante Maffia è molto più forte di quanto possano essere le visioni perturbanti di Eco. Nel diario di Genoveffa c’è una domanda che interroga il lettore. Valgono le parole? E se la parola, diventata completa e perfetta, s’identifica nella persona, nessuno può capirla e assecondarla. Questa frase – scrive Genoveffa – nel suo diario prima di suicidarsi ma se la parola è senza corpo e senza anima, svuota di senso il pensiero, lo rende inutile e incomprensibile ai tanti che inventano parole vuote per evitare la comunicazione. Si ha l’impressione che anche il poeta guardi dalla finestra come Genoveffa e mentre Genoveffa volge lo sguardo verso la luna, la cui luce non abbaglia ma rincuora come un’amica, il poeta guarda alla realtà di un mondo che, con le sue contraddizioni, non lascia spazi aperti da cui possa intravedersi un orizzonte. Eppure persino sulla tomba accanto a quella di Genoveffa la sorprendente affermazione che “la morte non ferma la vita” sposta la prospettiva e non impedisce al poeta di andare oltre e di scrivere “prendimi per mano melo/tu foglia incerta guidami/ci sarà un’orma che conserverà/ il mio nudo andare, o almeno un filo di luce/che possa parlare?”. L’undicesima e la dodicesima sequenza di questo testo scandite in versi dal ritmo incalzante e rapido sconvolgono nel tentativo di rendere giustizia ai sogni di Genoveffa e alla sua stanchezza della vita. “La finestra è spalancata,/ l’attimo favorevole./ Il volo è incanto.” Il suicidio non è più tale ma un ricongiungersi con la natura, con il melo dai fiori bianchi, con la vigna e un passero per ritornare all’ordine naturale lontano dallo sconvolgimento creato dagli uomini.
Nel continuo avvicendarsi di notizie che riguardano l’uccisione delle donne e lo stupro di ragazze, il poeta traccia con bozzetti in un crescendo di versi travolgenti una vicenda che inizia con l’innocente vanità di una giovane donna Adelaide “fiduciosa di tutti/non sfidava nessuno/camminava indifferente/ davanti alle vetrine./Non era vanitosa,/ le piaceva però specchiarsi. /Non è un peccato.” Ed è la giovinezza spontanea di una donna che attira il bulletto di periferia che si trasforma in mostro, giustificato dal ciarlare insulso di chi osa dire che ci sono colpe anche in chi subisce. Il poeta come su una scena teatrale fa rivivere sul palcoscenico l’orrore con le voci di tutti: gli attori principali, i rappresentanti della legge, i testimoni, i passanti fantasmi indifferenti, anonime anime vuote di chi crede di giustificare violenza e perversione, di chi ignora le urla e i gemiti, di chi lascia che la malvagità trovi la strada dividendo gli esseri umani in forti e deboli. E le parole del poeta… “che sfizio c’è a prendere un dono/per sgualcirlo sporcarlo farlo a pezzi/renderlo inerte./Il gioco è un confronto/dovrebbe esserlo/ nessuna scappatoia.” Questi pochi versi raccontano l’esaltazione dell’amore, il canto del cuore che si dona e, in opposizione, il nero della morte e l’orizzonte senza speranza per coloro che hanno occhi putridi e opachi che sporcano la bellezza con il loro sguardo. Giusta la finale invocazione del poeta a Dio.
Dio, i balordi,/non nasconderli,/ manda un fulmine/nel momento solenne della Messa./
Il testo, non più ispirato dalla cronaca, è un magma continuo di versi il cui fluire denso e incandescente brucia col suo calore anche a distanza. Versi surreali che talvolta indicano strade impervie da percorrere anche nei titoli e immettono su sentieri di un mondo rovesciato dove niente è più al suo posto e l’ordine sovvertito genera caos.
Il poema L’uomo che vuole essere pari a un Dio è un rincorrersi di domande di senso spesso senza risposta. L’interlocutore è Dio, ma non il Dio misericordioso che preferiamo conoscere e amare, piuttosto un Dio lontano e incomprensibile. Straordinari versi che cantano questo confronto impari in cui l’uomo, anche se poeta, e il poeta nella sua ispirazione nasconde il seme della Divinità, si sente vuoto a perdere. “Vuoto a perdere/mentre le stelle cantano/lo sciagurato malessere della solitudine /o fanno la conta delle miche alle formiche, /ai malvoni che piantò mia madre /per chissà quale disperato ancoraggio/o la speranza.” In questo estenuante duello il poeta rivendica a sé la grandezza della Poesia con la P maiuscola, “l’importante non è quel che si dice ma il come”, continua Maffia in questo incontro-scontro con una divinità di cui dubita perché permette che i ciarlatani prendano posto nel mondo del Mistero e rendano la poesia Finzione.
“La Menzogna si erge come un castello/e squama e reclama con tesi inadeguate./Dunque la vita è chiusa?/ Devo rinunciare al canto?” È la domanda che il poeta sembra rivolgere a se stesso e all’essenza stessa del vivere dentro la Poesia. Il suo è uno sguardo sul mondo in cui si mescolano l’indignazione benefica di chi continua a combattere, pur sapendo di aver perduto la sua battaglia contro i mistificatori e i politici che hanno spacciato per verità ideologica i loro piccoli interessi. Tutti hanno cercato di porre al loro servizio, anche la Parola, anche la Poesia escludendo i resistenti, i pochi che hanno continuato a credere. In queste ottantaquattro scene Dio è testimone, interlocutore e avversario, troppi volti per riuscire a colloquiare con il Poeta che continua a tessere il suo canto, doloroso e triste, fiero e consapevole, trasformato in voce della Poesia oltraggiata, vilipesa e confusa in un unico tormento col suo. L’immagine creata dai versi di Dante Maffia è quella di un dolore non fine a se stesso, ma provocato e completato dalla volontà di lotta e di cambiamento. La Poesia è uno specchio d’acqua limpido in cui il Poeta s’immerge, ma è risucchiato sul fondo dalla melma che intorbida la trasparenza dell’acqua.
Il lettore in questa estenuante lotta non può che stare accanto al poeta e soffrire con lui per la bellezza perduta. Sembra quasi che questo poema sia stato scritto in concomitanza col testo precedente: violenza contro la donna, contro la Bellezza, contro la Parola che si fa canto e incanto. Ma le parole diventeranno fantasmi incapaci di cambiare una virgola della realtà.
“La poesia: tragica farsa dell’effimero,/pretesa d’essere sole senza possederne/ una briciola realmente necessaria.” Il dubbio del poeta s’ingigantisce, tocca anche la sacralità della poesia che per lui è una fede. Allora si rivolge a Dio e il primo interrogativo è quello più drammatico: perché un Padre può permettere il male dei suoi figli? Ogni domanda è senza risposta e anche il Dubbio perde la sua forza se tutto si confonde in un indistinto che non ha vie d’uscita; unici ancoraggi la Bellezza e l’Amore. “E quando è tempo d’autunno/ e scende a raffiche la distesa d’ombre,/il mare si consuma in nenie astratte,/e le ombre attutiscono il suono delle frenesie./La Bellezza mi scuote le mani, mi dilata gli occhi/mi scardina ogni ammonimento/ e rompe gli argini.”
Neppure la Bellezza e neppure l’Amore sono per sempre, perché il Tempo è una variabile in grado di corromperle e renderle effimere. E le domande assumono un ritmo incalzante, una sequela di punti interrogativi che lasciano ogni cosa sospesa, persino ciò che dà respiro alla vita, il ricordo della madre, l’alba di Roseto e il volto di lei; e il poeta sembra arrendersi quando scrive questi versi: “Migliaia di libri letti, notti insonni a scavare/ nel senso delle cose solo per sapere/che il senso è appena l’ipotesi/ la dispersa armonia/ che non trova ricetto.”
E le accuse diventano sempre più ossessive, sempre più insistenti in uno scenario che non nasconde più il Mistero e dove ogni strada porta all’annullamento di ogni senso.
Il poeta, infine, non può credere che il Dio di cui ha dubitato così a lungo, possa apparire nemico della Poesia e gli rivolge una richiesta che è anche preghiera… “Dio, se davvero ci sei che la mia poesia diventi una carezza…”
Si concludono nel solo modo possibile le ottantaquattro sequenze di versi che aprono gli occhi del lettore sull’anima e sul cuore di Dante Maffia e lo lasciano sbalordito con gli occhi spalancati a scoprire quanto è ardua la via che conduce alla ricerca della Verità attraverso la Poesia.
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CARMINE CHIODO, Professore di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, Università Tor Vergata, Roma

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"Questo nuovo libro di Dante Maffia è una colata lavica, incandescente, travolgente, un cazzotto violento sul naso, una martellata sulla bocca! Irriverente, in certi momenti addirittura feroce, nel senso che non addolcisce nulla, dice ogni cosa senza avvolgerla, senza levigarla, ma non offende nessuno, coinvolge tutti nel suo grido forsennato e straziato di dolore e “pretende” ascolto.
Poesia come non se ne leggeva dai tempi di Baudelaire e di Rimbaud, vivisezione dei sentimenti, delle situazioni disumane, di ciò che si snoda davanti a noi e che quasi sempre lasciamo correre come una qualsiasi notizia.
Questa volta la notizia non resta nella sua scarna dimensione, ma si fa voce alta e vibrata di poesia, si fa luce che da dietro la notizia vuole illuminare che cosa c’è nell’animo umano, che cosa spinge alla morte, che cosa spinge a violentare, a voler cancellare la volontà degli altri e opprimere, straziare…
Il poeta entra nella realtà muovendosi a trecentosessanta gradi, roteando, inseguendo le ragioni inafferrabili degli eventi e fa di tutto per non far restare la cronaca dentro il suo guscio privo di emozioni e di valenze che vanno al di là delle circostanze. Il suicidio non è uno spettacolo, una ghiottoneria per i giornali, lo stupro non è un trafiletto ai piedi di una pagina… Cose di questo genere non graffiano appena l’animo, ma lo dilacerano, lo fanno a pezzetti e diventa tutto fragilità di rapporti, navigazione sul e dentro il delirio.
Ed è questo delirio che forgia i versi, che li rende vigorosi e acuti, che li porta a scandagliare e rappresentare la condizione umana, anzi disumana venutasi a creare.
Il poeta è onnipresente nell’animo di Genoveffa e di Adelaide, è egli stesso suicida e stuprato e si rende conto di come la vita viene resa una inutile faccenda in mano ai giudici, ai giornalisti, alla cronaca. Da qui la ribellione e la necessità interiore di vederci chiaro, di non abbandonarsi al flusso degli accadimenti e fare da spettatore, ma addossarsi il dolore e farne un’arma per scoprire i nessi che spingono ad azioni aberranti.
Tutto ciò con un lirismo che non ha limiti, che spesso trabocca e scantona, ma di proposito, proprio per rimarcare che la “notizia” non deve restare occultata nel suo guscio di “notizia”, ma diventare simbolo di qualcosa che deve rompere l’assetto delle abitudini.
Da qui la limpidezza di un dettato che non trascura nulla, che ci fa entrare nella possanza delle conseguenze del suicidio, che ci porta nei meandri dello stupro, nello sfacelo che sempre accade dopo le disgrazie. Ma Maffia non descrive, azzanna la condizione: “ah, le discussioni con Dio, / le accuse i pentimenti le valutazioni / forse teologiche forse … / irriverenti caustiche / la beatitudine della miscredente. / Dubbi / semina di dubbi / lussuria dei dubbi / orgasmo del dubbio / le domande mai riuscite a capire. / Tu Dio senti la mia mancanza? / Lui zitto o forse ormai sono inservibile e sorda…/ la brutta corsa / di chi non ha avuto infanzia”.
Questa forza espressiva non diminuisce nella storia di Adelaide che viene stuprata: “La sua voce che non sa resuscitare e le parvenze / che s’innestano al fiorire / e rigurgitano d’interferenze. / Esiodo o la sua ombra, / o l’ombra delle sue parole, / o il profitto dei critici che ritemprano / l’apoteosi in sintesi / fuori da sfere da patti da congrui banchetti./ Lorca che sputa sul banchetto della vittoria”.
Anche il seguito del libro ha andirivieni fantastici durante i quali s’incrociano accensioni e riverberi che ci fanno avvistare la Verità.
Poeti così decisi, così aperti alla conoscenza forse oggi non esistono, o perlomeno sono rarissimi. Leggere Dante Maffia, immergersi in questo libro è come scandagliare i fondali di una umanità che non appare mai e viene tenuta nascosta perché scomoda e avvilente, ma che invece bisogna portare a galla per poter misurarci in maniera sana con il mondo.
Qui la parvenza e la superficie non esistono e la consapevolezza di Maffia non ha confini e spinge per arrivare a creare un alveare, una marea a cui abbeverarsi.
Questo in effetti dovrebbe fare la poesia, metterci davanti a ciò che è oscuro, nascosto, e svelarne la forza, la forma, la dimensione, la sostanza. Altrimenti è carezza piacevole, volo di moscerino e non il folle volo dantesco alla ricerca delle ragioni e della identità degli esseri umani.
“Dove lo gemmare promesso, / lo scorrere dei fiumi con acque pure e fruscianti? / Qui c’è solo puzzo di melma, / e il Cottolengo del Paradiso”.
Complimenti alla prefatrice per il suo illuminante scritto, ma soprattutto per aver saputo inserire Dante Maffia nella scia di Primo Levi (di cui, tra l’altro Maffia è stato amico) e di Giuseppe Ungaretti.
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GIANNI MAZZEI, scrittore

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"a) Il titolo
Prepotentemente asciutto (a prima vista) è il titolo di questo singolare libro di poesia di Dante Maffia, un reportage di cronaca nera, con scene che si presumono efferate, dolenti, in una società in cui la pietas è morta e anche la forza morale di combattere e non soccombere alle prime difficoltà, con gesti estremi.
Gli articoli posti a suicidio e stupro e quella “e” di congiunzione ci fanno intuire la quotidianità in degrado, in cui la vita umana, ma si presume (“altre notizie”) quella degli animali, o la sacralità e vivibilità della natura o la conservazione di gesti, convinzioni, prima significativi della collettività, sono diventati cose, stracci da buttare, spazzatura con tutta la dequalificazione morale e intellettuale che l’accompagna.
In realtà, il suicidio non ha niente delle nobili intenzioni degli stoici per affermare la libertà in un mondo che non ti consente di esserlo, come il Catone dantesco (“libertà va cercando…”) o l’affermazione dell’amor di patria e altri valori coartati come in Jacopo Ortis. Né ha, pur nella debolezza e nella condanna di Schopenhauer (perché inefficace come scelta), quella rivolta contro la “volontà” crudele che ci abita e che ci utilizza solo per perpetrare la specie.
È solo disperazione, ambientazione degradata che costringe chi è sensibile e ha problemi a un gesto efferato, quasi per dare anche sollievo a una società disattenta, estranea e irrispettosa verso chi soffre o ha difficoltà, di qualsiasi genere.
Lo stesso cinismo, disinteresse e disprezzo, se non ancora più efferato, è ciò che avviene con gli altri delitti descritti, da parte di chi ha mentalità di possesso, ingordigia verso l’altro che tratta come semplice cosa, un giocattolo da poter rompere quando ci si annoia o non risponde ai nostri desideri.
b) L’innovazione prospettica nella poesia operata da Maffia
Maffia opera un cambiamento di prospettiva epocale nell’ambito della poesia. La sua “rivoluzione copernicana” è alla stessa stregua di quella operata dagli storici francesi degli “annales” nei riguardi del “soggetto” storico, considerato tale da Erodoto.
Non più fatti grandiosi (battaglie, caduta di dinastie) o eroi, come nella storiografia antica, ma con gli “annales” diventa degno di storia il contadino, l’operaio, un luogo di ritrovo o socialità come un caffè e una cantina, o un oggetto come i tacchi a spillo della donna o il ventaglio. C’è uno spostamento da una società aristocratica al quotidiano, che prima non veniva preso in considerazione e uno spostamento anche sociale, dando spazio al popolo, al manufatto, a ciò che sembrava gratuito e ovvio.
Maffia lascia la sacralità di un Pindaro e l’impostazione mentale della poesia aulica, “vaticina o Musa e io sarò il tuo profeta”, per dare spazio al deforme, al brutto, al tetro, al gratuito, alla cosa meno umana e ripugnante, il delitto, fatto spesso come noia e nella più alta insignificanza.
La parola, di per sé opaca, prosaica per l’argomento sa mutarsi in luce e poesia.
Sembra qualcosa di stridente e che non è conciliabile. La poesia che è pensiero, sentimento, ritmo, bellezza e implicitamente sguardo verso l’assoluto si presta a descivere (senza snaturarsi, anzi, con rinnovata forza espressiva) qualcosa che è intrinsicamente bestiale, brutale, assenza estrema di grandezza mentale e delicatezza del sentire la vita.
A Maffia riesce, memore anche della lezione estetica di Hegel e della morte dell’arte, iniziata dai simbolisti ma mai portata a termine, fino nelle sue estreme conseguenze, forse perché si temeva che, oltre un limite, necessariamente la poesia si sarebbe inaridita.
Il poeta “ rosetano”, invece, porta a termine qualcosa che di per sé risulta un ossimoro, giacchè il gratuito, il brutale manca di per se stesso di tutti gli elementi che lo fanno assorgere a momento altro di riflessione e di improvvisa bellezza.
Certo, egli non è nuovo a queste imprese. Lo aveva fatto già con la descrizione dei diversi, dei pazzi nella struttura di Aversa. E in quei canti c’era fluidità di ritmo e limpidezza espressiva molto di più di ciò che era avvenuto, per esperienza personale, alla Merini: nella poetessa, forse perché direttamente coinvolta, spesso la parola, il verso risultava opaco, inerte, giacchè la sofferenza non riusciva a distanziarsi emotivamente e diventare espressione universale di disagio, esistenziale e metafisico.
Maffia, in questa operazione poetica, estremamente nuova, sa (per dare respiro universale e cantabilità di racconto, potente e a volte persino epico) entrare nella realtà amorfa, truce e quasi spenta, animarla con lo stesso fuoco, dirompente, che brucia ogni scoria e ogni aspetto prosaico, lo stesso presente nel suo bellissimo libro La biblioteca di Alessandria.
c) Maffia e Hegel.
Come detto, in Maffia è l’estrinsecazione ultima e completa della morte dell’arte di Hegel: l’uomo, anche abbrutito, non diventa mai natura inerte che vive di ripetitività e necessità. Maffia recupera anche in questi gesti osceni, assurdi, inumani la libertà malata, ma sempre libertà dello spirito; e, indirettamente, nella pietas d’intonazione classica e rinascimentale, Maffia riscatta l’umanità offesa, depurandola e facendo sì che anche ciò che è degrado, brutto e deforme assuma in sé anelito di bellezza, frammento di eterno, e in quel Cristo flagellato e squartato sa far intravedere i segni della resurrezione e del riscatto.
La poesia di Maffia diventa così anche opera religiosa, metafisica, secondo le indicazioni di san Paolo circa il travaglio della natura e la sua stessa redenzione nel divino che risorge.
E sa andare anche oltre l’arte contemporanea che, in prospettiva, sembrava più avanti, a livello ideologico, della parola, del ritmo della poesia: l’arte da tempo ha perso l’aura e l’unicità del Rinascimento e con Benjamin e tutti gli sconvolgimenti politici, sociali e tecnologici ha assunto una posizione umana di intriseca fragilità (basta pensare all’arte povera) e volutamente transeunte e solo di testimonianza di presenzialità deperibile. Ma con il rischio di privarsi dell’orizzonte dell’altrove e diventare mero esercizio tecnico, o provocazione, come diverse installazioni o atteggiamenti di alcuni famosi artisitici, da Duschamp a Cattelan, Manzoni, Christo e altri.
Maffia, stranamente, anche se disintegra il poeta-vate, resta sempre, pur nell’operazione difficile e quasi impossibbile di dare un’anima all’orrore e all’osceno, nell’orizzonte della sacralità e dell’altrove.
Lo aveva già fatto intuire in IO, poema della dissolvenza quando è a tu per tu con il dio con cui litiga e il poeta ha tale intimità con lui da giungere alla bestemmia (dolce come una giaculatoria), un po’ come avviene nel mondo tra coppie ben collaudate e amici di vecchia data che si mandano a quel paese, non certo per rompere rapporti ma per affermarli proprio con quelle espressioni forti che sembrano di rottura.

d) Io, non io
Le mie sono osservazioni “dall’esterno”, senza entrare nel corpus rutilante del testo che è scoppiettio di metafore e ha la capacità infinita di variare sia modalità espressiva (compreso un già presente adattamento teatrale) sia i vari punti di vista, di personaggi, cose, ambienti, luoghi, situazioni concrete e letterarie.
Maffia ha, come Socrate, un “occhio bovino” e sa vedere a trecento sessanta gradi, per cui egli è molteplici “io” ( e la sua negazione) che interagiscono e si scontrano lietamente tra loro e allora tu vedi animarsi oggetti, zone della sua amata Roma o personaggi della letteratura, anche i più sacri e intoccabili, che Maffia smonta, per farci capire che l’opera d’arte non è un culto vuoto e stanco, un vitello d’oro da adorare, ma è una sferzata che deve farci volgere lo sguardo altrove per vedere in mondo diverso.
Spesso Maffia ripete che l’arte è lievito, non muffa.
Ritorna allora Socrate, come tafano che punge affinchè la nostra placidità e pigrizia di buoi venga vinta e si cammini lestamente.

e) La funzione delle foto
Da aggiungere, infine, la funzione delle foto in questo libro singolare. Sono alcuni personaggi di livello nazionale e internazionale del mondo dell’arte (tranne naturalmente Lorca) conosciuti da Maffia: esse non sono esornative, né sfoggio narcisistico; se sono diventati amici e estimatori di Maffia vuol dire che egli rientra in quella temperie culturale di alto livello e di genialità .
Le foto sono un’integrazione visiva dei caposaldi della poetica di Maffia. Lorca (in quell’impadronirsi da parte di Maffia dello strumento per eccellenza della musica, il pianoforte del poeta andaluso) ne rispecchia la limpidezza, l’agilità e levità lunare, nonché l’aspetto sanguigno, dolente (lamento per Ignazio) e l’aspetto surreale e l’attaccamento al folklore; ciò si coniuga con la forte sete di libertà, il verso maschio e classico di Foscolo, altro punto di riferimento di Maffia.
Il tutto nel solco, di Dante ALIGHIERI, perno di questa triade che Maffia onora anche qui, in questo scendere, con temperamento fortemente morale e poeticamente innovativo, negli inferi della società odierna, ridandoci speranza di rivedere “le stelle”.
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ANTONELLA RADOGNA

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"Dante Maffia non finisce di stupire il lettore, non solo con l’abbondanza della sua scrittura irruenta e raffinata, ma soprattutto per la capacità di saper entrare con passo deciso anche in argomenti che sembrerebbe impossibile da trattare in poesia e che lui, invece, affronta con la stessa sensibilità con la quale ha saputo affrontare il tema dell’amore, quello delle città (Matera, Francoforte, Siviglia, Reggio Calabria, Roma, Torino, Roseto, naturalmente, e tante altre), quello dell’emigrazione e del paesaggio.
Meraviglia la sua duttilità che gli viene dal suo omonimo, come ama ripetere, meraviglia soprattutto come sia riuscito a vincere una scommessa quasi impossibile: far diventare poesia la notizia, la cronaca, addirittura la storia di un suicidio e di uno stupro.
La cronaca, è risaputo, è la nemica acerrima della poesia; rarissimamente ha trovato interpreti che l’abbiano elevata a momento sublime, a occasione di emozione che va oltre il risaputo e oltre il visibile. Maffia ne ha ricavato versi che sono andati a guardare dentro, che hanno scavato nell’imponderabile dei gesti, dei dati, fino a trovare una cifra, direi foscoliana, nella quale sentiamo un concerto possente che ci porta nella pienezza di un dettato fuori dai parametri usuali.
Poesia impegnata, certo, poesia che pone la realtà al centro, ma poi questa realtà scantona, manda riverberi che cercano i nessi con l’invisibile, con i parametri quasi inaccessibili del senso della vita, del dolore, dell’amore, della morte.
In certi momenti pare di sentire la foga e l’impeto di Mozart, l’illuminata analisi di un T. S. Eliot, l’immersione totale nelle rivendicazioni, sempre tenute su un piano altamente lirico, di Federico Garcia Lorca. Eppure, a soffermarsi su ognuna delle composizioni, non c’è nulla né di Eliot, nulla di Lorca, è tutto maffiano, radicalmente e strettamente maffiano, al punto che si ha l’impressione di essere entrati in un mondo in cui le risonanze sono invece invenzione di una nuova essenza del vivere, anzi della tentazione del vivere, come direbbe Cioran, altro autore molto amato da Maffia.
Il libro ha una densità espressiva che nasce da un vissuto macerato e teso e dal dipanarsi del groviglio culturale che l’autore ha intessuto di lampi, di baleni, di improvvisi scatti di luce, di affondi che svelano, non è un verbo usato a caso, segreti che stavano accovacciati nell’indistinto, svelano strade nuove da percorrere, significati che sembravano perduti per sempre e che sono colti sul filo della dissolvenza.
Genoveffa ci viene incontro nella pienezza delle sue perdite, nell’incapacità di saper reggere agli urti feroci della quotidianità e crolla “le scorie affacciate / nel casale dirimpetto / e il pio pio / dell’immacolata che sfrolla / che divampa nei pulcini sull’aia, / nella corda che la tiene appesa al cielo”. Un piccolo esempio di come la realtà diventa ossessione e si sbriciola in visioni che spampinano la logica e la fanno divampare in cadute orribili e senza possibilità di appigli.
Non è da meno Adelaide: “Dormono le valanghe, / o fanno finta. / Morte e vita s’abbracciano e ridono / come avessero ascoltato una barzelletta./
Cristo è indeciso se adottare / un cane o un gatto. / La farfalla deride tutto ciò che la circonda, / ha le ali potenti dell’effimero. / Indigestione di fantasmi, / purulenza degli spiriti magni, / addii ripetuti / dal coro degli angeli”.
Poi ci sono le poesie dedicate all’effimero, quelle sulle esercitazioni per diventare terrorista (“Un concerto d’arrosti, / la parata delle allucinazioni, / l’impasto casuale del vocabolario / che tenta d’uccidere gli involucri…”).
Mi pare evidente che Maffia abbia saputo attraversare i classici e le avanguardie degli ultimi decenni da una parte ironizzando e dall’altra dimostrando che fare avanguardia, come sosteneva Umberto Saba, è saper rinnovare la voce degli antichi, di chi ci ha preceduto, non distruggendo, non cancellando, ma portando oltre la lezione raggiunta, dandogli senso nuovo, lingua nuova, immagini inedite, paradigmi inusitati.
Non nascondo che alla fine della lettura di questo libro sono rimasta stordita; come se avessi percorso molte vite e mi fossi nutrita di una linfa nuova che illumina la mia anima e le fa vedere cose che finora non avevo neppure pensato.
Dante Maffia ha questa capacità di rendere vivi e palpitanti i protagonisti dei suoi libri, sia in narrativa e sia in poesia, ed ha una forza che sa disegnare in tondo perfino i sospiri delle cose, degli oggetti. Si faccia caso ai particolari che egli semina a piene mani inaspettatamente, alle sterzate improvvise di senso, al pulviscolo che sembra uscire dalle sue parole, e si avrà la sensazione di rinascere a ogni pagina.
Ha ragione Gabriella Montanari nella sua illuminante Prefazione soprattutto quando afferma che “Maffia va, dunque, controcorrente. Di sicuro rispetto ai colleghi scrittori che, da che letteratura è letteratura, non hanno esitato ad attingere al pozzo senza fondo della cronaca nera, per compensare, spesso, un black-out d’ispirazione… voci come quella di Dante Maffia sono una rarità e, come ogni altra specie in via di estinzione, devono essere preservate”.
Insomma, si tratta di un libro insolito, ricco, scritto con una vera necessità espressiva,
con un’acutezza linguistica significativamente fuori dalla norma a conferma del fatto che la poesia deve stare sempre fuori dalla norma per poter diventare viatico che accompagna il lettore nei meandri e negli enigmi del senso.
E deve essere anche grido d’allarme, notizia dell’anima, approdo alla conoscenza.
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