IL SUICIDIO, LO STUPRO E ALTRE NOTIZIE

di Dante Maffia

È forse la raccolta poetica più libera e liberatoria di Dante Maffia. A cominciare dal titolo, un tabloid che preannuncia, condanna e denuncia. La cronaca nera, quella più scomoda, è piegata ai modi della lirica nei poemetti dedicati a Genoveffa, la giovane pazza suicida, e ad Adelaide, la ragazzina violentata e uccisa. Carnefice non è solo chi compie l’atto criminale, ma anche chi, con l’ignoranza, il pregiudizio e l’omertà, ne rende il terreno fertile. L’accusa si estende poi all’establishment letterario che, per salvaguardare il proprio effimero potere, non consente a chi davvero ha talento di emergere. Anche Dio non è risparmiato dalle pressanti domande del Poeta che, desideroso di una resa dei conti, esige da lui risposte che motivino la sua assenza e la sua indifferenza alle questioni umane. L’unica consolazione viene dalla consapevolezza della supremazia della Bellezza e della Poesia, custodite come antidoto ai veleni del mondo. Lo stile cangiante, le voci che si sovrappongono, il lessico sconfinato e l’impeto incendiario che caratterizzano questi versi di Maffia, non possono che stordire, affascinare e mettere a nudo le coscienze dei lettori più sensibili alla funzione demistificante della poesia. Quella autentica.

Copertina

Titolo: « IL SUICIDIO, LO STUPRO E ALTRE NOTIZIE »
Autore: Dante Maffia
CollanaThe Raven (collana di poesie, prose poetiche, dialoghi/monologhi in versi).
Marchio: WhiteFly Press
Editore: VAGUE Edizioni sas, Torino
Città e anno di pubblicazione: Torino, Luglio 2020
Pagine: 224
ISBN: 978-88-98487-10-3
Prezzo di copertina: € 18,00


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RECENSIONI
ANTONELLA RADOGNA

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"Dante Maffia non finisce di stupire il lettore, non solo con l’abbondanza della sua scrittura irruenta e raffinata, ma soprattutto per la capacità di saper entrare con passo deciso anche in argomenti che sembrerebbe impossibile da trattare in poesia e che lui, invece, affronta con la stessa sensibilità con la quale ha saputo affrontare il tema dell’amore, quello delle città (Matera, Francoforte, Siviglia, Reggio Calabria, Roma, Torino, Roseto, naturalmente, e tante altre), quello dell’emigrazione e del paesaggio.
Meraviglia la sua duttilità che gli viene dal suo omonimo, come ama ripetere, meraviglia soprattutto come sia riuscito a vincere una scommessa quasi impossibile: far diventare poesia la notizia, la cronaca, addirittura la storia di un suicidio e di uno stupro.
La cronaca, è risaputo, è la nemica acerrima della poesia; rarissimamente ha trovato interpreti che l’abbiano elevata a momento sublime, a occasione di emozione che va oltre il risaputo e oltre il visibile. Maffia ne ha ricavato versi che sono andati a guardare dentro, che hanno scavato nell’imponderabile dei gesti, dei dati, fino a trovare una cifra, direi foscoliana, nella quale sentiamo un concerto possente che ci porta nella pienezza di un dettato fuori dai parametri usuali.
Poesia impegnata, certo, poesia che pone la realtà al centro, ma poi questa realtà scantona, manda riverberi che cercano i nessi con l’invisibile, con i parametri quasi inaccessibili del senso della vita, del dolore, dell’amore, della morte.
In certi momenti pare di sentire la foga e l’impeto di Mozart, l’illuminata analisi di un T. S. Eliot, l’immersione totale nelle rivendicazioni, sempre tenute su un piano altamente lirico, di Federico Garcia Lorca. Eppure, a soffermarsi su ognuna delle composizioni, non c’è nulla né di Eliot, nulla di Lorca, è tutto maffiano, radicalmente e strettamente maffiano, al punto che si ha l’impressione di essere entrati in un mondo in cui le risonanze sono invece invenzione di una nuova essenza del vivere, anzi della tentazione del vivere, come direbbe Cioran, altro autore molto amato da Maffia.
Il libro ha una densità espressiva che nasce da un vissuto macerato e teso e dal dipanarsi del groviglio culturale che l’autore ha intessuto di lampi, di baleni, di improvvisi scatti di luce, di affondi che svelano, non è un verbo usato a caso, segreti che stavano accovacciati nell’indistinto, svelano strade nuove da percorrere, significati che sembravano perduti per sempre e che sono colti sul filo della dissolvenza.
Genoveffa ci viene incontro nella pienezza delle sue perdite, nell’incapacità di saper reggere agli urti feroci della quotidianità e crolla “le scorie affacciate / nel casale dirimpetto / e il pio pio / dell’immacolata che sfrolla / che divampa nei pulcini sull’aia, / nella corda che la tiene appesa al cielo”. Un piccolo esempio di come la realtà diventa ossessione e si sbriciola in visioni che spampinano la logica e la fanno divampare in cadute orribili e senza possibilità di appigli.
Non è da meno Adelaide: “Dormono le valanghe, / o fanno finta. / Morte e vita s’abbracciano e ridono / come avessero ascoltato una barzelletta./
Cristo è indeciso se adottare / un cane o un gatto. / La farfalla deride tutto ciò che la circonda, / ha le ali potenti dell’effimero. / Indigestione di fantasmi, / purulenza degli spiriti magni, / addii ripetuti / dal coro degli angeli”.
Poi ci sono le poesie dedicate all’effimero, quelle sulle esercitazioni per diventare terrorista (“Un concerto d’arrosti, / la parata delle allucinazioni, / l’impasto casuale del vocabolario / che tenta d’uccidere gli involucri…”).
Mi pare evidente che Maffia abbia saputo attraversare i classici e le avanguardie degli ultimi decenni da una parte ironizzando e dall’altra dimostrando che fare avanguardia, come sosteneva Umberto Saba, è saper rinnovare la voce degli antichi, di chi ci ha preceduto, non distruggendo, non cancellando, ma portando oltre la lezione raggiunta, dandogli senso nuovo, lingua nuova, immagini inedite, paradigmi inusitati.
Non nascondo che alla fine della lettura di questo libro sono rimasta stordita; come se avessi percorso molte vite e mi fossi nutrita di una linfa nuova che illumina la mia anima e le fa vedere cose che finora non avevo neppure pensato.
Dante Maffia ha questa capacità di rendere vivi e palpitanti i protagonisti dei suoi libri, sia in narrativa e sia in poesia, ed ha una forza che sa disegnare in tondo perfino i sospiri delle cose, degli oggetti. Si faccia caso ai particolari che egli semina a piene mani inaspettatamente, alle sterzate improvvise di senso, al pulviscolo che sembra uscire dalle sue parole, e si avrà la sensazione di rinascere a ogni pagina.
Ha ragione Gabriella Montanari nella sua illuminante Prefazione soprattutto quando afferma che “Maffia va, dunque, controcorrente. Di sicuro rispetto ai colleghi scrittori che, da che letteratura è letteratura, non hanno esitato ad attingere al pozzo senza fondo della cronaca nera, per compensare, spesso, un black-out d’ispirazione… voci come quella di Dante Maffia sono una rarità e, come ogni altra specie in via di estinzione, devono essere preservate”.
Insomma, si tratta di un libro insolito, ricco, scritto con una vera necessità espressiva,
con un’acutezza linguistica significativamente fuori dalla norma a conferma del fatto che la poesia deve stare sempre fuori dalla norma per poter diventare viatico che accompagna il lettore nei meandri e negli enigmi del senso.
E deve essere anche grido d’allarme, notizia dell’anima, approdo alla conoscenza."

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GIOVANNI CASERTA

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"In una delle ultime liriche della raccolta, Il suicidio, lo stupro e altre notizie, Maffia pone un problema di fondo, essenziale, che è stato posto da psicologi, sociologi, psicanalisti, filosofi, ed è il problema della libertà. “Il bambino che nasce col mieloma,/ ha scelto lui? / La donna violentata e poi venduta ha scelto lei?”. Maffia pone il quesito spostandolo sul piano personale. “Non ho potuto - dice - neppure scegliere il nome / e il paese dove nascere, / e il colore degli occhi”. La domanda Maffia la pone a Dio, cui è stato assegnato sommo amore, sommo ordine, somma sapienza. Deluso, chiede a Dio di cambiare ruolo. Anche per un poco: Dio in terra, Maffia in cielo. Forse molte illusioni o utopie o bugie crollerebbero.
È certo che nascere in Calabria, vicino al mare, nel 1946, non è la stessa cosa che nascere a Firenze nel 1265. A parte gli anni e i luoghi, freddamente considerati, c’è tutto un contesto sociale entro cui ci si deve muovere, cercando una collocazione. Maffia non poteva non portare tutti i segni della sua Calabria, regione lunga, perciò piena di contrasti, stretta fra due mari, separati da alte montagne. È una regione che non ammette le sfumature o mediazione, così come non le ammettono i calabresi. Se si volesse eccedere e schematizzare, si potrebbe dire che è una regione manichea.
Dante Maffia ne porta tutti i caratteri, anche nella sua totalizzante dedizione alla poesia e alla letteratura. Il nome Dante non gli era stato dato per caso. Immaginiamo un padre, come tanti padri del nostro Mezzogiorno contadino e interno, frustrato nelle sue ambizioni e nei suoi desideri; lo immaginiamo non istruito, ma abbastanza capace di leggere e scrivere, formatosi sui romanzi cavallereschi o sui romanzi popolari di Francesco Mastriani. Lo immaginiamo, mentre, intorno al focolare, legge alla famiglia La cieca di Sorrento e La sepolta viva. Per il figlio sogna e vuole quello che avrebbe voluto essere lui, per rifarsi e rivalersi su quanti sono stati più fortunati di lui. Vuole che suo figlio diventi scrittore, anzi poeta. Per questo, alla nascita, gli ha dato il nome Dante. È un impegno, un destino, cui il figlio deve rispondere. E il figlio ha risposto con la totalizzante e univoca dedizione che si è detto essere propria dei calabresi.
Bravo nelle scuole elementari, Dante ha un maestro che legge e lui stesso scrive poesie. Al momento delle scelte scolastiche superiori, Dante sceglie il Liceo Classico, nonostante le sue origini umili, anzi, perché di origini umili. Arrivò poi l’Università. Poteva iscriversi all’Università di Catania o a quella di Palermo o a quella di Bari o Napoli. Volle invece iscriversi all’Università di Roma, lì dove si presumeva insegnassero i migliori maestri. Nel frattempo, giovane, aveva fondato una piccola rivista letteraria, “Il policordo”, cui partecipavano giovani ansiosi di aprirsi al mondo delle lettere.
La Roma di quegli anni – si è a cavallo degli anni ‘60 – era la Roma capitale d’Italia, ma ancor di più la capitale dell’arte, della cultura e del cinema, novella Musa. Via Margutta e Via Veneto, di notte, pullulavano di artisti di ogni genere, attori e attrici, registi, che avevano scambiato la notte per il giorno. Sono gli anni della “dolce vita”. Dante arrivava in quel mondo che era poco più che ragazzo, desideroso di farsi spazio. Dalla Calabria arrivavano altri giovani come lui. Dalla Lucania Basilicata era la stessa corsa. Vi arrivavano Michele Parrella e Pasquale Festa Campanile, Vito Riviello e Giandomenico Giagni… Pur guardato con diffidenza e sufficienza, Maffia riuscì a trovare il suo posto di notte. È il caso di dirlo. La sua vita diventava romana. Dovette rompere con i costumi severi della sua Calabria; la sua vita di giovane, tutta votata alla poesia, prese presto i modi dominanti, fra dandysmo e trasgressione. Furono gli anni di molti amori, in un mondo in cui le donne, pur esse ansiose di battere la via dell’arte, a differenza di quelle lasciate in Calabria, in nome della libera arte e della cultura, ostentavano facilità e ribellione alla morale corrente. Menavano scandalo. Nella grande avventura letteraria, entrava anche la grande avventura dell’amore, anzi degli amori facilmente consumati.
Forse, come accade per molti altri, le parvenze della grande vita tolsero a Maffia la possibilità di pensare al quotidiano, o, se si preferisce, alle piccole cose della vita, quelle che alla vita danno il sugo che non si perde e che sono buone, anche quando appaiono di pessimo gusto. Unico porto sicuro, luogo da raggiungere quando c‘era da trarre un sospiro di sollievo, rimaneva la sua Calabria, ristretta alla sua Roseto, alla casa di famiglia, cui non seppe mai rinunziare. È radice che non si è mai staccata; era la sua “città del Sole”, ove era possibile “sentire la musica / che genera il fiorire d’una foglia, / di quella foglia che ha amato / che ha tenuto fra le sue mani / accarezzandola, / facendola sentire umana creatura, / benedizione del sole, respiro del Concerto”.
Arrivarono anche la gloria e il successo, gli applausi nei salotti letterari, spesso, purtroppo, ostentati e insinceri. Vero, infatti, è che gloria e successo sono sempre legati al tempo e agli uomini, e, in certo qual modo, alle amicizie. Sono perciò fluidi. E il tempo è inesorabile. Ha annullato anche monumenti di marmo e di bronzo. Esso non si vede, non si tocca, non si ferma, sfugge come la sabbia tra le dita. “Mi sgomenta il tempo - dice Maffia - ./ Agisce senza mostrarsi, / mi tiene dentro un’altalena di vetri rotti, / che mi tagliano non appena mi muovo”.
Un bel giorno, e non te ne sei accorto, sei diventato vecchio. La vecchiaia è il decrepito sfacelo della carne, che conviene nascondere. Era quello che faceva D’Annunzio, quando, da vecchio, si presentava sempre coperto di una sorta di sahariana bianca, soprattutto quando faceva tardivi tentativi di assalti amorosi. Dietro la vecchiaia è la morte. La vecchiaia, anzi, è già la morte. Nella vecchiaia - dice Maffia - “morte e vita s’abbracciano e ridono / come se avessero ascoltato una barzelletta”. C’è qualcosa di macabro in questa danza. Le si può contrapporre solo la risata, risposta di irrisione alla irrisione. Si finisce, macabramente, col “fare festa ai crisantemi”.
Chi aveva creduto che la vita è bella, deve ricredersi e rifare il bilancio di tutta la sua esistenza. Non può che trarne macerie. Avevano detto che la bellezza è uno dei grandi valori che possono dare la felicità. Qualcuno aveva osato dire che la bellezza ci salverà. Come possa salvarci, concretamente non si sa. In tempi recenti, grottescamente, qualcuno fondò il partito della bellezza, come se essa fosse eterna. E invece è la cosa più labile che si possa immaginare. È una illusione di artisti, se non di esaltati e vanesi. Alla prova dei fatti, finisce col dire Maffia, tutto diventa brutto. È il trionfo della bruttezza. Qualcuno aveva pensato che la bellezza portava a Dio, infinito ordinatore del mondo, tutto volto al bene e al perfetto. “Non doveva portarmi a Te la Bellezza?” chiede arditamente Maffia a Dio. Invece, si ritrova “ancora punito, / ancora messo a terra / nel marciume della perdita”.
C’era chi aveva anche pensato che, in analogia con la bellezza, almeno la poesia fosse eterna. Molti hanno affidato alla poesia il compito della sopravvivenza nel tempo, presso i posteri, per l’eternità. Sono illusioni di giovinezza. Persino Montale, un giorno, si accorse che così non è. Anche la poesia soggiace al destino della fine. Del resto, ammesso che la poesia possa essere veramente eterna, nel senso che eterna il poeta, in realtà al massimo ne eterna il nome, cioè niente. Il corpo è sepolto chissà dove, ridotto a polvere, o in cenere o, peggio ancora, in marciume. Nulla sente. Sul piano esistenziale, la poesia ha soltanto alimentato temporanee illusioni, che, inevitabilmente, si dissolvono tragicamente quando la ragione ne rivela l’impotenza e l’inutilità a fini esistenziali.
Intanto è vero che il mondo dei poeti non è il mondo dei puri. La poesia non sempre ti ripaga per il suo valore, ma per quello che ti attribuiscono. Spesso è falsa; spesso non ti viene riconosciuta. Anche la poesia, specie nei nostri tempi, è prezzolata. Se Maffia “avesse saputo corteggiare / Stussi e Contini / se fosse stato zitto contro / i Cucchi e i Magrelli “, forse altri riconoscimenti avrebbe ottenuto. Ma forse, alla resa dei conti, quello che era un rammarico o rancore, ora, nello sfacelo generale, è l’unico motivo di orgoglio e di serenità. La poesia - dice - non può essere mai serva. Si potrebbe pensare che Maffia voglia dire che è meglio morire, e finire nel nulla, che aver rinunziato alla propria libertà. Se si è in grado di pensarlo, forse è l’unico motivo di autogratificazione.
Si direbbe che, ne Il suicidio, lo stupro e altre notizie, Maffia guardi la vita dalla coda; ma guardare la vita dalla coda, è come trovarsi di fonte alle macerie di un palazzo collassato su se stesso, nemmeno per terremoto o altro. È un crollo che, in modo diretto e immediatamente percepibile, si può rappresentare solo attraverso un linguaggio ardito, fatto di accostamenti impossibili, imprevedibili, come impossibile e imprevedibile è la vita. Se la vita non ha una logica, e non ha un senso, il linguaggio, che tenta di rappresentarla, non può essere se non un succedersi di accostamenti assurdi, vaneggiamenti, ossimori. Pur divisa in cinque sezioni, in realtà la raccolta è un carmen continuum, che a volte echeggia gli scapigliati, a volte l’avanguardia “Gruppo 63”, a volte i poeti maledetti. Più frequentemente, però, ci piace sentire l’eco della poesia ispanica e, in particolare, il lamento o llanto di Garcia Lorca o Rafael Alberti o Pablo Neruda, con un sottofondo lento e triste che riconduce alle nenie delle prefiche calabresi, in scialle nero come streghe. È in questo contesto, più autentico, che si inserisce la via di uscita nella pietà e nella compassione, originata dalla consapevolezza che tutti si soggiace allo stesso destino. Ne deriva la partecipazione ai dolori altrui, che sembra riducano e dimezzino la nostra sofferenza, se non nichilismo. A questo rispondono le due sezioni dedicate l’una a Genoveffa, l’altra ad Adelaide significativamente due donne, anelli deboli della società e dell’umanità, su cui più il male del mondo si esercita, perché al fato generale si aggiunge la crudeltà del simile.
Genoveffa è il poemetto della ragazza che, giudicata con problemi psichici gravi, viene consegnata alle cure della nonna, saggia di vita, che solo può averne pietà. Affacciata alla finestra, Genoveffa osserva il mondo, anzi la luna, l’unica creatura che sembra sorriderle. Il suicidio, il volo dalla finestra, è l’annullamento o immersione nel tutto. Ed è libertà. Diverso e uguale è il poemetto Adelaide, dedicato a una ragazza che è stata fatta oggetto di stupro. Il racconto si fa da sé, attraverso il commento e il dialogo tra il commissario, l’investigatore, il testimone… Nel coro, che porta le tracce del discorso indiretto libero, s’inserisce, distinta, dominante pur se flebile, la voce della mamma che, tra voci fredde di burocratismo, riporta tutto alle dimensioni della vita vera, del sentimento e degli innocenti sogni, crudelmente stroncati. Erano piccoli sogni di un’adolescente sul limitar di giovinezza: “progetti di viaggi, / due libri da acquistare”, una poesia d’amore, forse la prima, scrittale da un ragazzo… Adelaide cantava sempre. Forse sono i versi più significativi della intera e vasta raccolta. Può succedere, a volte, che un verso, una parola sveli reconditi recessi, forse ignoti allo stesso autore. Ed è la conclusione cui Maffia giunge, forse senza renderne conto. Fuor della pietà, la vita non ha senso, come non ha senso se la si priva dei piccoli affetti, persino delle piccole cose di ogni giorno, che accompagnano i nostri secondi, i nostri minuti, le nostre ore, le nostre giornate, i nostri anni… Non si può vivere guardando in una sola lontana direzione, sia pure quella del nostro sogno, fosse anche quello della poesia. Il risultato è “un uccellino implume / misero pasto degli avvoltoi”. Bisogna sapersi guardare intorno. La poesia - ha detto Maffia - non è serva di nessuno. Se questo è vero, non è men vero che è sbagliato farsi servi di essa.

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MARIA TERESA ARMENTANO, professoressa 

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"In primis di questo libro di Dante Maffia stupiscono le foto che, inserite slegate dal testo, segnano tappe importanti della sua giovinezza e della sua maturità, passaggi decisivi del cammino che lo hanno consacrato poeta accanto a scrittori famosi e, successivamente insignito della medaglia d’oro alla Cultura, hanno sancito il suo ingresso nell’Olimpo dei Grandi. È come se il poeta con le foto collocate in questo libro avesse inteso sottolineare che appartiene al mondo della cultura, ma con la sua specificità di poeta al di fuori di ogni schema. Pensare di raccontare in versi fatti di cronaca così duri e frequenti come stupro e suicidio è affermare che la pienezza del verso può guardare a ogni realtà, superandola e consegnandola a una luce diversa che non sia quella spettrale e crudele della tragica notizia. L’Inferno che Dante Maffia racconta con i versi è quello di una vita spezzata dall’incomprensione, dall’inesistenza di uno sguardo tollerante, abbandonata agli eventi, è quella della violenza brutale contro il debole più facilmente preda della furia bestiale di un uomo che non ha più caratteristiche umane: non lo si può paragonare all’Inferno dantesco, cronologicamente distante, ma diviene prossimo al nostro tempo per la disumanità denunciata. In un suo libro sulla bruttezza, Umberto Eco aveva fatto ricorso a iconografie che rappresentavano mostri, demoni e orripilanti immagini, ma la realtà di questo testo di Dante Maffia è molto più forte di quanto possano essere le visioni perturbanti di Eco. Nel diario di Genoveffa c’è una domanda che interroga il lettore. Valgono le parole? E se la parola, diventata completa e perfetta, s’identifica nella persona, nessuno può capirla e assecondarla. Questa frase – scrive Genoveffa – nel suo diario prima di suicidarsi ma se la parola è senza corpo e senza anima, svuota di senso il pensiero, lo rende inutile e incomprensibile ai tanti che inventano parole vuote per evitare la comunicazione. Si ha l’impressione che anche il poeta guardi dalla finestra come Genoveffa e mentre Genoveffa volge lo sguardo verso la luna, la cui luce non abbaglia ma rincuora come un’amica, il poeta guarda alla realtà di un mondo che, con le sue contraddizioni, non lascia spazi aperti da cui possa intravedersi un orizzonte. Eppure persino sulla tomba accanto a quella di Genoveffa la sorprendente affermazione che “la morte non ferma la vita” sposta la prospettiva e non impedisce al poeta di andare oltre e di scrivere “prendimi per mano melo/tu foglia incerta guidami/ci sarà un’orma che conserverà/ il mio nudo andare, o almeno un filo di luce/che possa parlare?”. L’undicesima e la dodicesima sequenza di questo testo scandite in versi dal ritmo incalzante e rapido sconvolgono nel tentativo di rendere giustizia ai sogni di Genoveffa e alla sua stanchezza della vita. “La finestra è spalancata,/ l’attimo favorevole./ Il volo è incanto.” Il suicidio non è più tale ma un ricongiungersi con la natura, con il melo dai fiori bianchi, con la vigna e un passero per ritornare all’ordine naturale lontano dallo sconvolgimento creato dagli uomini.
Nel continuo avvicendarsi di notizie che riguardano l’uccisione delle donne e lo stupro di ragazze, il poeta traccia con bozzetti in un crescendo di versi travolgenti una vicenda che inizia con l’innocente vanità di una giovane donna Adelaide “fiduciosa di tutti/non sfidava nessuno/camminava indifferente/ davanti alle vetrine./Non era vanitosa,/ le piaceva però specchiarsi. /Non è un peccato.” Ed è la giovinezza spontanea di una donna che attira il bulletto di periferia che si trasforma in mostro, giustificato dal ciarlare insulso di chi osa dire che ci sono colpe anche in chi subisce. Il poeta come su una scena teatrale fa rivivere sul palcoscenico l’orrore con le voci di tutti: gli attori principali, i rappresentanti della legge, i testimoni, i passanti fantasmi indifferenti, anonime anime vuote di chi crede di giustificare violenza e perversione, di chi ignora le urla e i gemiti, di chi lascia che la malvagità trovi la strada dividendo gli esseri umani in forti e deboli. E le parole del poeta… “che sfizio c’è a prendere un dono/per sgualcirlo sporcarlo farlo a pezzi/renderlo inerte./Il gioco è un confronto/dovrebbe esserlo/ nessuna scappatoia.” Questi pochi versi raccontano l’esaltazione dell’amore, il canto del cuore che si dona e, in opposizione, il nero della morte e l’orizzonte senza speranza per coloro che hanno occhi putridi e opachi che sporcano la bellezza con il loro sguardo. Giusta la finale invocazione del poeta a Dio.
Dio, i balordi,/non nasconderli,/ manda un fulmine/nel momento solenne della Messa./
Il testo, non più ispirato dalla cronaca, è un magma continuo di versi il cui fluire denso e incandescente brucia col suo calore anche a distanza. Versi surreali che talvolta indicano strade impervie da percorrere anche nei titoli e immettono su sentieri di un mondo rovesciato dove niente è più al suo posto e l’ordine sovvertito genera caos.
Il poema L’uomo che vuole essere pari a un Dio è un rincorrersi di domande di senso spesso senza risposta. L’interlocutore è Dio, ma non il Dio misericordioso che preferiamo conoscere e amare, piuttosto un Dio lontano e incomprensibile. Straordinari versi che cantano questo confronto impari in cui l’uomo, anche se poeta, e il poeta nella sua ispirazione nasconde il seme della Divinità, si sente vuoto a perdere. “Vuoto a perdere/mentre le stelle cantano/lo sciagurato malessere della solitudine /o fanno la conta delle miche alle formiche, /ai malvoni che piantò mia madre /per chissà quale disperato ancoraggio/o la speranza.” In questo estenuante duello il poeta rivendica a sé la grandezza della Poesia con la P maiuscola, “l’importante non è quel che si dice ma il come”, continua Maffia in questo incontro-scontro con una divinità di cui dubita perché permette che i ciarlatani prendano posto nel mondo del Mistero e rendano la poesia Finzione.
“La Menzogna si erge come un castello/e squama e reclama con tesi inadeguate./Dunque la vita è chiusa?/ Devo rinunciare al canto?” È la domanda che il poeta sembra rivolgere a se stesso e all’essenza stessa del vivere dentro la Poesia. Il suo è uno sguardo sul mondo in cui si mescolano l’indignazione benefica di chi continua a combattere, pur sapendo di aver perduto la sua battaglia contro i mistificatori e i politici che hanno spacciato per verità ideologica i loro piccoli interessi. Tutti hanno cercato di porre al loro servizio, anche la Parola, anche la Poesia escludendo i resistenti, i pochi che hanno continuato a credere. In queste ottantaquattro scene Dio è testimone, interlocutore e avversario, troppi volti per riuscire a colloquiare con il Poeta che continua a tessere il suo canto, doloroso e triste, fiero e consapevole, trasformato in voce della Poesia oltraggiata, vilipesa e confusa in un unico tormento col suo. L’immagine creata dai versi di Dante Maffia è quella di un dolore non fine a se stesso, ma provocato e completato dalla volontà di lotta e di cambiamento. La Poesia è uno specchio d’acqua limpido in cui il Poeta s’immerge, ma è risucchiato sul fondo dalla melma che intorbida la trasparenza dell’acqua.
Il lettore in questa estenuante lotta non può che stare accanto al poeta e soffrire con lui per la bellezza perduta. Sembra quasi che questo poema sia stato scritto in concomitanza col testo precedente: violenza contro la donna, contro la Bellezza, contro la Parola che si fa canto e incanto. Ma le parole diventeranno fantasmi incapaci di cambiare una virgola della realtà.
“La poesia: tragica farsa dell’effimero,/pretesa d’essere sole senza possederne/ una briciola realmente necessaria.” Il dubbio del poeta s’ingigantisce, tocca anche la sacralità della poesia che per lui è una fede. Allora si rivolge a Dio e il primo interrogativo è quello più drammatico: perché un Padre può permettere il male dei suoi figli? Ogni domanda è senza risposta e anche il Dubbio perde la sua forza se tutto si confonde in un indistinto che non ha vie d’uscita; unici ancoraggi la Bellezza e l’Amore. “E quando è tempo d’autunno/ e scende a raffiche la distesa d’ombre,/il mare si consuma in nenie astratte,/e le ombre attutiscono il suono delle frenesie./La Bellezza mi scuote le mani, mi dilata gli occhi/mi scardina ogni ammonimento/ e rompe gli argini.”
Neppure la Bellezza e neppure l’Amore sono per sempre, perché il Tempo è una variabile in grado di corromperle e renderle effimere. E le domande assumono un ritmo incalzante, una sequela di punti interrogativi che lasciano ogni cosa sospesa, persino ciò che dà respiro alla vita, il ricordo della madre, l’alba di Roseto e il volto di lei; e il poeta sembra arrendersi quando scrive questi versi: “Migliaia di libri letti, notti insonni a scavare/ nel senso delle cose solo per sapere/che il senso è appena l’ipotesi/ la dispersa armonia/ che non trova ricetto.”
E le accuse diventano sempre più ossessive, sempre più insistenti in uno scenario che non nasconde più il Mistero e dove ogni strada porta all’annullamento di ogni senso.
Il poeta, infine, non può credere che il Dio di cui ha dubitato così a lungo, possa apparire nemico della Poesia e gli rivolge una richiesta che è anche preghiera… “Dio, se davvero ci sei che la mia poesia diventi una carezza…”
Si concludono nel solo modo possibile le ottantaquattro sequenze di versi che aprono gli occhi del lettore sull’anima e sul cuore di Dante Maffia e lo lasciano sbalordito con gli occhi spalancati a scoprire quanto è ardua la via che conduce alla ricerca della Verità attraverso la Poesia.
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CARMINE CHIODO, Professore di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, Università Tor Vergata, Roma

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"Questo nuovo libro di Dante Maffia è una colata lavica, incandescente, travolgente, un cazzotto violento sul naso, una martellata sulla bocca! Irriverente, in certi momenti addirittura feroce, nel senso che non addolcisce nulla, dice ogni cosa senza avvolgerla, senza levigarla, ma non offende nessuno, coinvolge tutti nel suo grido forsennato e straziato di dolore e “pretende” ascolto.
Poesia come non se ne leggeva dai tempi di Baudelaire e di Rimbaud, vivisezione dei sentimenti, delle situazioni disumane, di ciò che si snoda davanti a noi e che quasi sempre lasciamo correre come una qualsiasi notizia.
Questa volta la notizia non resta nella sua scarna dimensione, ma si fa voce alta e vibrata di poesia, si fa luce che da dietro la notizia vuole illuminare che cosa c’è nell’animo umano, che cosa spinge alla morte, che cosa spinge a violentare, a voler cancellare la volontà degli altri e opprimere, straziare…
Il poeta entra nella realtà muovendosi a trecentosessanta gradi, roteando, inseguendo le ragioni inafferrabili degli eventi e fa di tutto per non far restare la cronaca dentro il suo guscio privo di emozioni e di valenze che vanno al di là delle circostanze. Il suicidio non è uno spettacolo, una ghiottoneria per i giornali, lo stupro non è un trafiletto ai piedi di una pagina… Cose di questo genere non graffiano appena l’animo, ma lo dilacerano, lo fanno a pezzetti e diventa tutto fragilità di rapporti, navigazione sul e dentro il delirio.
Ed è questo delirio che forgia i versi, che li rende vigorosi e acuti, che li porta a scandagliare e rappresentare la condizione umana, anzi disumana venutasi a creare.
Il poeta è onnipresente nell’animo di Genoveffa e di Adelaide, è egli stesso suicida e stuprato e si rende conto di come la vita viene resa una inutile faccenda in mano ai giudici, ai giornalisti, alla cronaca. Da qui la ribellione e la necessità interiore di vederci chiaro, di non abbandonarsi al flusso degli accadimenti e fare da spettatore, ma addossarsi il dolore e farne un’arma per scoprire i nessi che spingono ad azioni aberranti.
Tutto ciò con un lirismo che non ha limiti, che spesso trabocca e scantona, ma di proposito, proprio per rimarcare che la “notizia” non deve restare occultata nel suo guscio di “notizia”, ma diventare simbolo di qualcosa che deve rompere l’assetto delle abitudini.
Da qui la limpidezza di un dettato che non trascura nulla, che ci fa entrare nella possanza delle conseguenze del suicidio, che ci porta nei meandri dello stupro, nello sfacelo che sempre accade dopo le disgrazie. Ma Maffia non descrive, azzanna la condizione: “ah, le discussioni con Dio, / le accuse i pentimenti le valutazioni / forse teologiche forse … / irriverenti caustiche / la beatitudine della miscredente. / Dubbi / semina di dubbi / lussuria dei dubbi / orgasmo del dubbio / le domande mai riuscite a capire. / Tu Dio senti la mia mancanza? / Lui zitto o forse ormai sono inservibile e sorda…/ la brutta corsa / di chi non ha avuto infanzia”.
Questa forza espressiva non diminuisce nella storia di Adelaide che viene stuprata: “La sua voce che non sa resuscitare e le parvenze / che s’innestano al fiorire / e rigurgitano d’interferenze. / Esiodo o la sua ombra, / o l’ombra delle sue parole, / o il profitto dei critici che ritemprano / l’apoteosi in sintesi / fuori da sfere da patti da congrui banchetti./ Lorca che sputa sul banchetto della vittoria”.
Anche il seguito del libro ha andirivieni fantastici durante i quali s’incrociano accensioni e riverberi che ci fanno avvistare la Verità.
Poeti così decisi, così aperti alla conoscenza forse oggi non esistono, o perlomeno sono rarissimi. Leggere Dante Maffia, immergersi in questo libro è come scandagliare i fondali di una umanità che non appare mai e viene tenuta nascosta perché scomoda e avvilente, ma che invece bisogna portare a galla per poter misurarci in maniera sana con il mondo.
Qui la parvenza e la superficie non esistono e la consapevolezza di Maffia non ha confini e spinge per arrivare a creare un alveare, una marea a cui abbeverarsi.
Questo in effetti dovrebbe fare la poesia, metterci davanti a ciò che è oscuro, nascosto, e svelarne la forza, la forma, la dimensione, la sostanza. Altrimenti è carezza piacevole, volo di moscerino e non il folle volo dantesco alla ricerca delle ragioni e della identità degli esseri umani.
“Dove lo gemmare promesso, / lo scorrere dei fiumi con acque pure e fruscianti? / Qui c’è solo puzzo di melma, / e il Cottolengo del Paradiso”.
Complimenti alla prefatrice per il suo illuminante scritto, ma soprattutto per aver saputo inserire Dante Maffia nella scia di Primo Levi (di cui, tra l’altro Maffia è stato amico) e di Giuseppe Ungaretti.
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GIANNI MAZZEI, Scrittore

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"a) Il titolo
Prepotentemente asciutto (a prima vista) è il titolo di questo singolare libro di poesia di Dante Maffia, un reportage di cronaca nera, con scene che si presumono efferate, dolenti, in una società in cui la pietas è morta e anche la forza morale di combattere e non soccombere alle prime difficoltà, con gesti estremi.
Gli articoli posti a suicidio e stupro e quella “e” di congiunzione ci fanno intuire la quotidianità in degrado, in cui la vita umana, ma si presume (“altre notizie”) quella degli animali, o la sacralità e vivibilità della natura o la conservazione di gesti, convinzioni, prima significativi della collettività, sono diventati cose, stracci da buttare, spazzatura con tutta la dequalificazione morale e intellettuale che l’accompagna.
In realtà, il suicidio non ha niente delle nobili intenzioni degli stoici per affermare la libertà in un mondo che non ti consente di esserlo, come il Catone dantesco (“libertà va cercando…”) o l’affermazione dell’amor di patria e altri valori coartati come in Jacopo Ortis. Né ha, pur nella debolezza e nella condanna di Schopenhauer (perché inefficace come scelta), quella rivolta contro la “volontà” crudele che ci abita e che ci utilizza solo per perpetrare la specie.
È solo disperazione, ambientazione degradata che costringe chi è sensibile e ha problemi a un gesto efferato, quasi per dare anche sollievo a una società disattenta, estranea e irrispettosa verso chi soffre o ha difficoltà, di qualsiasi genere.
Lo stesso cinismo, disinteresse e disprezzo, se non ancora più efferato, è ciò che avviene con gli altri delitti descritti, da parte di chi ha mentalità di possesso, ingordigia verso l’altro che tratta come semplice cosa, un giocattolo da poter rompere quando ci si annoia o non risponde ai nostri desideri.
b) L’innovazione prospettica nella poesia operata da Maffia
Maffia opera un cambiamento di prospettiva epocale nell’ambito della poesia. La sua “rivoluzione copernicana” è alla stessa stregua di quella operata dagli storici francesi degli “annales” nei riguardi del “soggetto” storico, considerato tale da Erodoto.
Non più fatti grandiosi (battaglie, caduta di dinastie) o eroi, come nella storiografia antica, ma con gli “annales” diventa degno di storia il contadino, l’operaio, un luogo di ritrovo o socialità come un caffè e una cantina, o un oggetto come i tacchi a spillo della donna o il ventaglio. C’è uno spostamento da una società aristocratica al quotidiano, che prima non veniva preso in considerazione e uno spostamento anche sociale, dando spazio al popolo, al manufatto, a ciò che sembrava gratuito e ovvio.
Maffia lascia la sacralità di un Pindaro e l’impostazione mentale della poesia aulica, “vaticina o Musa e io sarò il tuo profeta”, per dare spazio al deforme, al brutto, al tetro, al gratuito, alla cosa meno umana e ripugnante, il delitto, fatto spesso come noia e nella più alta insignificanza.
La parola, di per sé opaca, prosaica per l’argomento sa mutarsi in luce e poesia.
Sembra qualcosa di stridente e che non è conciliabile. La poesia che è pensiero, sentimento, ritmo, bellezza e implicitamente sguardo verso l’assoluto si presta a descivere (senza snaturarsi, anzi, con rinnovata forza espressiva) qualcosa che è intrinsicamente bestiale, brutale, assenza estrema di grandezza mentale e delicatezza del sentire la vita.
A Maffia riesce, memore anche della lezione estetica di Hegel e della morte dell’arte, iniziata dai simbolisti ma mai portata a termine, fino nelle sue estreme conseguenze, forse perché si temeva che, oltre un limite, necessariamente la poesia si sarebbe inaridita.
Il poeta “ rosetano”, invece, porta a termine qualcosa che di per sé risulta un ossimoro, giacchè il gratuito, il brutale manca di per se stesso di tutti gli elementi che lo fanno assorgere a momento altro di riflessione e di improvvisa bellezza.
Certo, egli non è nuovo a queste imprese. Lo aveva fatto già con la descrizione dei diversi, dei pazzi nella struttura di Aversa. E in quei canti c’era fluidità di ritmo e limpidezza espressiva molto di più di ciò che era avvenuto, per esperienza personale, alla Merini: nella poetessa, forse perché direttamente coinvolta, spesso la parola, il verso risultava opaco, inerte, giacchè la sofferenza non riusciva a distanziarsi emotivamente e diventare espressione universale di disagio, esistenziale e metafisico.
Maffia, in questa operazione poetica, estremamente nuova, sa (per dare respiro universale e cantabilità di racconto, potente e a volte persino epico) entrare nella realtà amorfa, truce e quasi spenta, animarla con lo stesso fuoco, dirompente, che brucia ogni scoria e ogni aspetto prosaico, lo stesso presente nel suo bellissimo libro La biblioteca di Alessandria.
c) Maffia e Hegel.
Come detto, in Maffia è l’estrinsecazione ultima e completa della morte dell’arte di Hegel: l’uomo, anche abbrutito, non diventa mai natura inerte che vive di ripetitività e necessità. Maffia recupera anche in questi gesti osceni, assurdi, inumani la libertà malata, ma sempre libertà dello spirito; e, indirettamente, nella pietas d’intonazione classica e rinascimentale, Maffia riscatta l’umanità offesa, depurandola e facendo sì che anche ciò che è degrado, brutto e deforme assuma in sé anelito di bellezza, frammento di eterno, e in quel Cristo flagellato e squartato sa far intravedere i segni della resurrezione e del riscatto.
La poesia di Maffia diventa così anche opera religiosa, metafisica, secondo le indicazioni di san Paolo circa il travaglio della natura e la sua stessa redenzione nel divino che risorge.
E sa andare anche oltre l’arte contemporanea che, in prospettiva, sembrava più avanti, a livello ideologico, della parola, del ritmo della poesia: l’arte da tempo ha perso l’aura e l’unicità del Rinascimento e con Benjamin e tutti gli sconvolgimenti politici, sociali e tecnologici ha assunto una posizione umana di intriseca fragilità (basta pensare all’arte povera) e volutamente transeunte e solo di testimonianza di presenzialità deperibile. Ma con il rischio di privarsi dell’orizzonte dell’altrove e diventare mero esercizio tecnico, o provocazione, come diverse installazioni o atteggiamenti di alcuni famosi artisitici, da Duschamp a Cattelan, Manzoni, Christo e altri.
Maffia, stranamente, anche se disintegra il poeta-vate, resta sempre, pur nell’operazione difficile e quasi impossibbile di dare un’anima all’orrore e all’osceno, nell’orizzonte della sacralità e dell’altrove.
Lo aveva già fatto intuire in IO, poema della dissolvenza quando è a tu per tu con il dio con cui litiga e il poeta ha tale intimità con lui da giungere alla bestemmia (dolce come una giaculatoria), un po’ come avviene nel mondo tra coppie ben collaudate e amici di vecchia data che si mandano a quel paese, non certo per rompere rapporti ma per affermarli proprio con quelle espressioni forti che sembrano di rottura.
d) Io, non io
Le mie sono osservazioni “dall’esterno”, senza entrare nel corpus rutilante del testo che è scoppiettio di metafore e ha la capacità infinita di variare sia modalità espressiva (compreso un già presente adattamento teatrale) sia i vari punti di vista, di personaggi, cose, ambienti, luoghi, situazioni concrete e letterarie.
Maffia ha, come Socrate, un “occhio bovino” e sa vedere a trecento sessanta gradi, per cui egli è molteplici “io” ( e la sua negazione) che interagiscono e si scontrano lietamente tra loro e allora tu vedi animarsi oggetti, zone della sua amata Roma o personaggi della letteratura, anche i più sacri e intoccabili, che Maffia smonta, per farci capire che l’opera d’arte non è un culto vuoto e stanco, un vitello d’oro da adorare, ma è una sferzata che deve farci volgere lo sguardo altrove per vedere in mondo diverso.
Spesso Maffia ripete che l’arte è lievito, non muffa.
Ritorna allora Socrate, come tafano che punge affinchè la nostra placidità e pigrizia di buoi venga vinta e si cammini lestamente.
e) La funzione delle foto
Da aggiungere, infine, la funzione delle foto in questo libro singolare. Sono alcuni personaggi di livello nazionale e internazionale del mondo dell’arte (tranne naturalmente Lorca) conosciuti da Maffia: esse non sono esornative, né sfoggio narcisistico; se sono diventati amici e estimatori di Maffia vuol dire che egli rientra in quella temperie culturale di alto livello e di genialità .
Le foto sono un’integrazione visiva dei caposaldi della poetica di Maffia. Lorca (in quell’impadronirsi da parte di Maffia dello strumento per eccellenza della musica, il pianoforte del poeta andaluso) ne rispecchia la limpidezza, l’agilità e levità lunare, nonché l’aspetto sanguigno, dolente (lamento per Ignazio) e l’aspetto surreale e l’attaccamento al folklore; ciò si coniuga con la forte sete di libertà, il verso maschio e classico di Foscolo, altro punto di riferimento di Maffia.
Il tutto nel solco, di Dante ALIGHIERI, perno di questa triade che Maffia onora anche qui, in questo scendere, con temperamento fortemente morale e poeticamente innovativo, negli inferi della società odierna, ridandoci speranza di rivedere “le stelle”.
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